Precarietà indeterminata


Racconto di Lucia Longo
31 anni
Trieste

 

LongoHo conseguito una Laurea Triennale in Storia dell’Arte con un voto dignitoso e in tempi altrettanto
dignitosi. In effetti credevo ingenuamente che in un Paese che detiene il 70 percento di tutte le opere d’arte
mondiale, i musei avrebbero fatto a gara per assumermi; ma dopo i primi tentennamenti e i “Le faremo sapere…”, ho capito che l’unica possibilità era quella di battere una strada più “creativa”. Durante gli anni dell’Università svolgevo diversi lavori, ma la loro natura precaria all’epoca non mi disturbava perché mi consentiva di vivere ancora in quell’atmosfera sospesa che tanto amavo. Dopo qualche tempo però,
questo papiro minaccioso che mi proclamava “Dottoressa” pretendeva che mi comportassi da adulta. Per prima cosa, mi sono soffermata sull’annuncio di un’agenzia interinale che cercava “giovani dinamici e spigliati” da inserire come promoter presso un’azienda che vendeva buoni pasto ai pubblici esercenti. Avrei dovuto capire subito che i giovani in questione dovevano avere la caratteristica di essere disperati e pronti a divenire schiavi. Infatti l’incarico consisteva nel girare 8 ore con una divisa per bar e ristoranti e recitare inesorabilmente uno script, che sembrava una sorta di isterico monologo teatrale. Ho imparato a conoscere tutti i tipi di esercenti: da quello che firma subito, a quello che, dopo 30 secondi, ti mette alla porta di un locale desolatamente vuoto dicendoti: “scusi, adesso ho gente!”. Dopo aver girovagato per 20 giorni in lungo e in largo e aver realizzato meno della metà degli impossibili obiettivi previsti, ho smesso la mia “dinamica e spigliata divisa” e ho stabilito che non volevo più vendere niente a nessuno. Sono approdata quindi al mondo dei sondaggi telefonici. Solo chi ha lavorato in un call center sa che si tratta di un inquietante ménage a quattro: da una parte i tuoi 40 colleghi che blaterano incessantemente le stesse cose ma con diverse sfumature di disperazione; dall’altra, l’intervistato che può risponderti con rabbia, astio, rancore, fastidio e più raramente con simpatia; tu, intervistatore, che ti chiedi perché torturare le persone con domande personalissime e mal poste. E infine Lei, la cuffia, dotata di microfono che ripropone incessantemente la tua voce come se venisse dalle profondità di una fogna intasata. All’epoca abitavo con il mio fidanzato in una sorta di monolocale arredato in legno e muffa, dove pagavamo una cifra mostruosa per andare in bagno, oggetto di contesa legale tra il nostro padrone e la vicina, dovevamo uscire dall’appartamento. Benché il mio fidanzato vantasse una Laurea in materie scientifiche, ciò non è stato sufficiente a garantirgli condizioni lavorative migliori delle mie, poiché, per i lavori in cui inciampavamo, non erano richieste particolari qualifiche se non l’imminente morte per inedia. Avevamo concertato uno stratagemma invincibile: ci dividevamo gli scarsi e poco appetibili annunci di lavoro, ognuno dei due andava a un colloquio e, se l’occasione era vagamente interessante, metteva una buona parola per l’altro. Una simile romanticheria dovrebbe sostituire le mielose frasi d’amore scritte sulle carte dei cioccolatini. Mentre mi abituavo di buon grado alla mal retribuita ma pur tranquilla routine di intervistatrice, la società in cui lavoravo ha cominciato ad avere dei problemi e così ho dovuto trasportare la mia cuffia e la mia voce flautata in un altro call center. Dopo aver analizzato con paternalismo il mio curriculum e aver discreditato sottilmente ogni mia precedente esperienza di lavoro, un cinquantenne – passato anche lui attraverso la carriera di intervistatore negli anni d’oro dell’azienda – mi ha ammesso a un corso di formazione. Anche il mio ragazzo, che ovviamente avevo estratto dal cilindro a fine colloquio è stato invitato alla formazione e due giorni dopo è iniziata la nostra ulteriore, fallimentare carriera.

 


Commento di Giuliana Pelli Grandini
Milan Piazza Duomo – In memoria

Piccola piccola
in alto in alto
incide di mille sagome il buio.
Un fulmine sventra l’orizzonte
nuvole tamponano la gemente colata di cielo.
Corpo, onda o foglia: una creatura senza peso capriola oltre le arcate
dell’universo.
Le dita si rincorrono
sparpagliano stelle e mezzelune.
Quattro topini bianchi trascinano il carro dall’azzurro dei muschi nell’oro
della luna.
Squittiscono: Milano è così grande, a morire ci si perde.

Scrivo: In un mondo stellato senza cielo né pietà, il
piccolo tisico sbiadisce in imprecisa immagine.

Ricordo ammansito
visione
miracolo (forse).
Il tricolore lacero
sciama mestizia
sulla Madunina e il suo Milàn.
Il piccolo cuoco muore di tisi giù nella grande città, dentro la buia cucina senza finestre dell’albergo
stellato, vicino vicino, accanto, anzi sotto la Madunina (che non ha mai potuto vedere).
Torna al paese con gli occhi di brina, tre garofani spiumati sul petto e un baffo di sangue nero.
Torna traballando nella cassa troppo grande
Torna di Ferragosto, con gli altri e con tutti.

[Giuliana Pelli Grandini è psicomotricista e scrittirice]

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