Precaria di lusso


Racconto di Anna Antonini
45 anni
Gorizia

AntoniniSono una precaria di lusso, ma al contrario di altre professioni di lusso le prestazioni intellettuali d’alto bordo hanno un infimo riscontro economico, sebbene riempiano la bocca: professore a contratto. Dieci anni di insegnamento precario universitario, in due sedi distaccate di due Università diverse, in due Facoltà diverse, con tre insegnamenti diversi ma attigui. In dieci anni sono stata co.co.co (e mi sono sentita una gallina) e co.co.pro (e mi sono sentita vagamente disgustosa e imbarazzante), ma sono stata fortunata: fin qui non ho dovuto aprire una partita Iva, risparmiandomi così di sentirmi una commercialista. La mia condizione precaria è stata determinata da scelte precise, di cui sono perfettamente consapevole e di cui mi attribuisco tutta la responsabilità, ma se bastasse questo per non essere precari ci si potrebbe contare sulle dita dei piedi e delle mani e saremmo tutti più sereni. Invece il precariato universitario esula spesso dalla volontà di chi lo subisce o lo accetta. E la denominazione di precario non è nemmeno la peggiore perché nella gerarchia universitaria ci sono parole di pessimo gusto: ordinario (che in altri contesti non è mai stato un complimento), associato (che conserva sempre un’eco malavitosa) e poi strutturato, incardinato, stabilizzato. Mi sono sempre chiesta come fosse possibile per degli intellettuali (intesi nel senso di individui che dall’asilo alla tomba trovano il proprio posto nella società usando l’intelletto pratico o più spesso astratto) accettare di essere definiti con parole tanto sgraziate. L’armonia di una parola che suona gradevole oltre che esaustiva non dovrebbe essere esclusivo appannaggio dei poeti. Siccome chi vive di parole non può prescindere da esse forse è meglio essere uno straordinario precario che ordinario due volte, ma all’atto di pagare il mutuo la differenza si vede, eccome. Per il resto, un docente a contratto fa tutto quello che fa uno strutturato/incardinato/stabilizzato (lezioni, esami, ricevimenti, tesi) tranne partecipare ai Consigli di corso di laurea o ai Consigli di Facoltà, perché tanto non ha diritto di voto. Se il precariato all’università fosse un’eccezione, uno scalino “inevitabile” della carriera, non varrebbe nemmeno la pena di parlarne. Ma provate a prendere il corpo docenti di un’università medio-grande e fate il conto di quanti contrattisti (o supplenti, ovvero titolari di cattedra che svolgono l’insegnamento di colleghi che non sono stati sostituiti per mancanza di turn over) sono arruolati non solo per i corsi facoltativi ma anche per i fondamentali. E la segretaria malmostosa, l’usciere nervoso, gli impiegati amministrativi piacevoli come un riccio nei pantaloni? Sono così irritabili perché opportunamente selezionati? Beata ingenuità di ventenni! Tutti questi dipendenti sono precari, precari da anni, almeno quarantenni con case, famiglie e rate da onorare al seguito. Gente che sa che perdendo questa aleatoria possibilità sarà troppo vecchia per averne un’altra e si troverà a lottare contro gente che prova ad avere una possibilità ma ha già dubbi in partenza. Cosa mi auguro? Mi piacerebbe essere assunta, non stabilizzata come un infartuato in terapia intensiva. Mi piacerebbe seguire le tesi senza pronunciare frasi da malato terminale del tipo: “Spero di esserci ancora il giorno della sua Laurea”. Mi piacerebbe davvero! Ma se tutto questo lo dovessi ottenere non in base ai titoli e all’esperienza, ma in base alla mia capacità di manifestare supina obbedienza anche davanti all’assurdità e allo spreco di risorse (umane, economiche, intellettuali), allora meglio precari a vita che incardinati a una porta che non gira.

 


 
Commento di Marco Francesconi
La voce dell’intelletto è fioca.
Anna, 45 anni, di Gorizia, con spiritosa desolazione offre un breve, ma efficace spaccato di come si possa, per quanto di lusso,essere pur sempre precari. Anna è Professore a Contratto in una (anzi due) Università, una di quelle posizioni che ti permettono di usare, con varie restrizioni – poco rispettabili e poco rispettate – l’altisonante titolo professorale imponendoti, però, di viverlo con uno sgradevole senso di scarsa autenticità, di precarietà ineliminabile, che ti fa vivere il tuo interlocutore come qualcuno che non sa bene se smascherare il tuo fragile Falso sé accademico o stare al gioco impersonando una evoluzione/elevazione del famoso parcheggiatore abusivo: Venga avanti, professò! Comunque sia, la riflessione mi porta a partire dalla parola precario, o meglio, pre-cario.
Etimologicamente, cario deriva da karuon: il nucleo. Il cariotipo è “la fotografia” del materiale genetico che sta nel DNA nucleare, gli eucarioti sono quelli che hanno un nucleo ben definito, ecc.
Quindi, il nostro precario, di basso livello o di lusso, sarebbe qualcuno che è pre-nucleare, che non ha un nucleo, forse un giorno arriverà ad averlo (più probabilmente, no), a meno che con pre-nucleare si voglia intendere che, prima o poi, arriverà ad una esplosione fungiforme di immani proporzioni, cosa che, forse, gareggia in probabilità con la precedente possibilità. Comunque sia, credo faccia bene Anna a dire che è un mondo un po’ strano, quello accademico, pieno di strutturati e non, di incardinati e non, dove uno straordinario smania per divenire ordinario, mostrando che, almeno in questo, lì, le cose ordinarie non lo sono poi tanto. Cito dal testo (cosa tipicamente accademica): “gli impiegati amministrativi, piacevoli come un riccio nei pantaloni”, senza offesa per la categoria impiegatizia – che, d’altra parte, l’Autrice giustifica nel suo essere sgradevole per via della identica condizione di precarietà – per soffermarmi un momento sull’efficace immagine del riccio. Sarà per l’inconsueta collocazione dell’animaletto (chissà se, in un pantalone, anche il riccio si sente precario e minacciato di schiacciamento?) o per il fatto che ormai, a proposito del riccio, non si parla d’altro che d’eleganza, ma mi veniva da chiedere se Anna non ci aiuti a ricordare che ci sono anche gli aculei, che il riccio possiede una proprietà specifica, difensiva e puntuta, per la quale, tuttavia, non disponiamo di una parola astratta che ne dia conto. Possiamo inventarci una pungenza del riccio? O una acuminanza del riccio? Che siano un po’ ricciuti anche i precari di lusso? Precariamente incardinati a scranni scricchiolanti, intenti come sono, analogamente ai loro colleghi stabili e strutturati, a produrre merce – tranne pochi, rincuoranti casi – sempre più numerosa e scadente, magari non si sono accorti delle caratteristiche dei prodotti finali di una deteriorata fucina di impreparazione autoconchiusa, ma iperdotata di self-confidence. Personalmente, mi trovo spesso a deprecare l’esito di una inflazionata consegna di diplomi di vario livello, vittima di un senso di colpa circa le aspettative destinate a realizzarsi in ben piccola parte, mentre concelebro rituali connessi al mio lavoro di Cipputi di un Titolificio, contrassegnato nelle sue fasi conclusive dal cerimoniale tribale e rumorosissimo dei festeggiamenti di appropriazione del fatidico “pezzo di carta”, termine mai così vero e attuale, fatta eccezione per la progressiva scomparsa del materiale cartaceo a favore del virtuale. Altro che eleganza del riccio, il titolo al prossimo best-seller dovrebbe essere: la volgarità del laureato, che, notoriamente, tiene famiglia – quella a monte però – per nulla dissimile nelle espansività incontrollate e moleste che accompagnano il tripudiante successo dell’acerbo ingegno nella sua prima, grande (e forse ultima) affermazione di sé. Pessimista? Forse, dal momento che oggi siamo spinti, più che a illuminarci di immenso, a rabbuiarci di microscopico. Eppure, se è vero, come diceva Freud, che la voce dell’intelletto è fioca, ma non ha pace finché non ottiene udienza, forse si può sperare che prima o poi cultura, eleganza e, soprattutto, buon senso tornino ad essere considerate degne di valore. Chiudo con una confessione, un outing doveroso: sono anch’io un Professore a Contratto, da tantissimo tempo, per svariate ragioni, tra le quali quella di essermi trovato due volte nelle condizioni di rinunciare alla stabilizzazione… Ma faccio lo strizzacervelli a tempo (quasi) pieno e, se pur sempre di precariato si tratta (come in ogni professione “libera”), è il precariato (probabilmente di lusso) al quale mi sento più incardinato.

 

[Marco Francesconi è docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia e psicoterapeuta]

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