Piacevoli dilemmi


Racconto di Paola Bonsorte
35 anni
Palermo

BonsorteRientrò in casa stanca ma ritemprata. Niente la faceva sentire meglio che correre al tramonto lungo il perimetro del campo 16, dove la sua Comunità coltivava la verdura (attualmente ben 14 specie!) oppure, se faceva troppo caldo, nei sentieri del bosco 19, utilizzato da altre tre Comunità. Quel bosco era l’orgoglio di tutti; l’anno precedente era stato completato il progetto di ripopolamento degli animali boschivi (RAB) e oggi non era affatto raro poter osservare le scorribande di qualche scoiattolo sugli alberi. Durante la settimana si incontravano studenti di tutte le età intenti a osservare, disegnare, catalogare ma anche semplicemente ad ascoltare in silenzio la vita vegetale e animale del bosco. Si fece una doccia veloce, espose per pochi secondi maglietta e pantaloncini al flusso di pulizia e fece uno spuntino a base di cereali misti e latte vegetale. Meglio non appesantirsi troppo: più tardi aveva appuntamento con due amiche per un pasto condiviso serale. Avrebbero mangiato al Proteico, un locale carino che serviva alimenti molto energetici ma ad alta digeribilità, l’ideale se avevi mangiato poco al pasto precedente. Alla sera non era mai troppo affollato perché tutti preferivano cibi un più elaborati nei pasti condivisi serali. Del resto, la scelta era così ampia che non c’erano mai problemi. Aveva ancora un po’ di tempo, giusto quello che gli serviva per programmare i SAC (Servizi alla Comunità) per tutto il mese successivo. Si accomodò sulla sua vecchia sedia di residui misti, da lei stessa progettata ai tempi del corso di costruzione semplice, così rudimentale ma al tempo stesso così comoda che proprio non riusciva a sostituirla nonostante la grande scelta di sedea (e di ogni altro modulo funzionale domestico) che ognuno poteva prelevare liberamente nelle diverse aree di soddisfazione bisogni materiali. Accese lo schermo e visionò le segnalazioni prioritarie. Sorrise vedendo che le offerte erano rimaste più o meno le stesse della settimana precedente a parte quelle per la raccolta di uva nella zona sud del campo 17 che erano quasi finite (ne prenotò 10 anche per tenersi un po’ in forma), 50 ore di recupero e assemblaggio moduli funzionali domestici (cliccò altre 10 ore), molte ore di servizio organizzativo culturale nelle case della musica, della poesia, del movimento armonico corporeo e poi ancora progettazione condivisa, cura degli squilibri, storia del mondo POST e storia del mondo prima della distruzione globale (il PRE), quest’ultima divisa nei due indirizzi: ricerca e studio dei reperti materiali e ricerca sulla deviazione dal comportamento umano empatico, ancora 120 ore di scambi energetici intergenerazionali. Prenotò subito le sue solite 5 ore di gioco evolutivo con i bambini piccoli. Fece scorrere il cursore: le mancavano ancora 5 ore per completare le 30 se richieste ad una persona adulta. Poi, naturalmente, c’erano le innumerevoli proposte dello IAE (Iniziative di Apprendimento Evoluto) che ciascuno poteva frequentare liberamente. Ormai la distinzione tra Servizio alla Comunità e Apprendimento Evoluto era puramente formale, risentiva ancora della vecchia divisione del PRE tra quello che un tempo venivano definiti come lavoro e tempo libero. Si stava facendo troppo tardi. Alle Iniziative avrebbe pensato domani. Certamente avrebbe proseguito con l’osservazione condivisa del cielo notturno anche perché si era creato un gruppo veramente affiatato e divertente. Troppe cose, sospirò appoggiandosi allo schienale della sua vecchia sedia e stiracchiandosi, troppe cose. Troppe opzioni, troppa libertà di scelta poteva essere davvero stressante: le piaceva utilizzare certe parole antiche che aveva studiato e catalogato al corso di comunicazione umana del PRE. Ma non le pronunciava spesso a voce alta perché per molte persone erano espressioni tabù, retaggio che era necessario ricordare ma al quale nessuno aveva più voglia di pensare. Che stupidaggine! Lei sapeva che non bisognava mai avere paura di nulla se l’intenzione era buona. Non si potevano avere dubbi su questo, a “Intenzioni buone” erano dedicati i primi dieci anni di formazione di qualunque bambino del Post!

 


Commento di Emanuela Camponovo

 

Nel leggere questo testo, il primo pensiero è stato quello di evocare un celebre detto proverbiale: “La strada dell’inferno è lastricata di buoni propositi (o intenzioni)”. Da decenni, giustamente, ci dicono che le risorse del nostro pianeta non sono infinite, che occorre darsi una regolata nei consumi, nel nostro sperpero vitale. Una regolata che riguarda la collettività ma anche le scelte individuali. Per un’esistenza più sana occorre recuperare una quotidianità fisicamente più naturale e spiritualmente meno stressante. Ma come sempre in questi contesti si rischia l’esagerazione maniacale, un’esasperazione che non promette reali miglioramenti. Qui ci troviamo in un futuro, che poi non è altro che un ritorno al passato. Già a cavallo tra Ottocento e Novecento erano nati e scesi dal Nord, questi movimenti riformisti che predicavano la creazione di comunità autogestite che potessero condurre una vita semplice, a contatto con la natura, alimentandosi con il cibo da loro stesse prodotto. Nella comunità evocata in questo testo, si coltivano 14 specie di verdure, perché ci stanno dicendo che, nell’omologazione consumistica e produttiva, stiamo uccidendo la diversità. Lo stesso discorso vale per le specie animali, molte delle quali destinate all’estinzione perché l’uomo si appropria del loro habitat. Si dice che i bambini oggi possono crescere senza aver mai visto una mucca o una gallina dal vivo, ma solo attraverso i video a cui sono incollati. Qui abbiamo frotte di studenti intenti ad osservare e catalogare le bestie dei boschi ripopolati. Ma ogni aspetto e ogni momento della giornata è programmato, quando e cosa mangiare, i servizi da fare per gli altri, il riciclaggio, le ore stabilite di scambi e di lavoro imposte da una società che assomiglia molto ad un’organizzazione collettivista di tipo marxista. Persino la contemplazione del cielo notturno, in questa dissacrante descrizione fantascientifica, è calcolato secondo fissate tabelle di marcia. Una soluzione al precariato, una civiltà che non prevede il concetto di disoccupazione perché ad ognuno è imposto un suo ruolo fin dalla nascita e perché è imposto anche lo svolgersi di quello che, secondo una mentalità antiquata, veniva definito “tempo libero”? L’individualismo soppresso una volta per tutte, in un mondo liberato dall’essere umano, con le sue qualità e i suoi difetti? C’è di che consolarsi, pur nelle incertezze e nel degrado, della nostra condizione attuale… Parafrasando provocatoriamente Churchill, si potrebbe affermare che viviamo nei peggiori mondo e modi possibili, eccezion fatta per tutti quelli sperimentati dai vari regimi o che possiamo immaginare in un futuro più o meno prossimo.

[Laureata all’Università di Genova in Lettere Moderne. Responsabile delle pagine culturali del Giornale del Popolo, quotidiano della Svizzera Italiana]

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