Io per me non so


Racconto di Roberto Giudice
28 anni
Varese

giuduceCosa farò da grande per i grandi vuol dire che lavoro vorrei fare quando sarò grande anch’io. I lavori sono quei posti dove vanno i grandi quando noi piccoli siamo a scuola. Dai lavori tornano molto nervosi e devi cercare di non stargli troppo tra i piedi, solo dire che a scuola è andata bene e basta. Io credevo che fosse tutta colpa del lavoro se i grandi sono sempre così stressati ma mio zio che vive con noi e non ha un lavoro è ancora più di cattivo umore e bisogna stare alla larga anche da lui. Anche il mio compagno di banco ha il papà che non lavora e dice anche lui la stessa cosa. Allora ci sono quelli che lavorano e non sono contenti e quelli che non lavorano e stanno anche peggio e si chiamano disoccupati. Poi quelli che lavorano e quelli che non lavorano non vanno per niente d’accordo perché chi lavora pensa che il disoccupato forse non ha voglia di far niente ed è un peso e chi non lavora invidia quelli che hanno il lavoro e la paga e tutto il resto. Chi lavora ogni tanto si riposa e fa le ferie, chi non lavora è sempre in ferie ma sono ferie orribili senza soldi. Certa gente però è contata del suo lavoro perché ha studiato proprio per quello quindi questa è proprio una fortuna fortuna come vincere al gratta e vinci. Io per me non so. Da quello che vedo ho paura di lavorare ma anche di non lavorare. Per questo non mi piace quando mi chiedono cosa farò da grande ma adesso che ci penso è tanto che non me lo chiedono più. Io da grande vorrei solo essere contento se possibile e non avere sempre la faccia stanca e arrabbiata. Allora invece di cosa farò da grande è meglio se mi chiedono come voglio essere da grande. Perché se dico che voglio fare il veterinario , che è vero, o inventare nuovi giochi al computer, che è vero anche, e poi non ci riesco allora vorrà dire che non sono diventato niente. Invece se voglio solo essere allegro e tranquillo potrò essere quello che voglio essere: allegro e tranquillo. Con il lavoro e senza il lavoro. Poi però c’è il problema dei soldi che servono sempre, lo so, e so anche che le banche non possono stampare tanti soldi per tutti come pensavo da piccolo anche se non ho capito tanto bene perché no: era una spiegazione troppo complicata. È un problema molto grosso ma c’è di buono che ho ancora tanto tempo per pensarci.

 


Commento di Emanuela Camponovo

 

Nel leggere questo testo, il primo pensiero è stato quello di evocare un celebre detto proverbiale: “La strada dell’inferno è lastricata di buoni propositi (o intenzioni)”. Da decenni, giustamente, ci dicono che le risorse del nostro pianeta non sono infinite, che occorre darsi una regolata nei consumi, nel nostro sperpero vitale. Una regolata che riguarda la collettività ma anche le scelte individuali. Per un’esistenza più sana occorre recuperare una quotidianità fisicamente più naturale e spiritualmente meno stressante. Ma come sempre in questi contesti si rischia l’esagerazione maniacale, un’esasperazione che non promette reali miglioramenti. Qui ci troviamo in un futuro, che poi non è altro che un ritorno al passato. Già a cavallo tra Ottocento e Novecento erano nati e scesi dal Nord, questi movimenti riformisti che predicavano la creazione di comunità autogestite che potessero condurre una vita semplice, a contatto con la natura, alimentandosi con il cibo da loro stesse prodotto. Nella comunità evocata in questo testo, si coltivano 14 specie di verdure, perché ci stanno dicendo che, nell’omologazione consumistica e produttiva, stiamo uccidendo la diversità. Lo stesso discorso vale per le specie animali, molte delle quali destinate all’estinzione perché l’uomo si appropria del loro habitat. Si dice che i bambini oggi possono crescere senza aver mai visto una mucca o una gallina dal vivo, ma solo attraverso i video a cui sono incollati. Qui abbiamo frotte di studenti intenti ad osservare e catalogare le bestie dei boschi ripopolati. Ma ogni aspetto e ogni momento della giornata è programmato, quando e cosa mangiare, i servizi da fare per gli altri, il riciclaggio, le ore stabilite di scambi e di lavoro imposte da una società che assomiglia molto ad un’organizzazione collettivista di tipo marxista. Persino la contemplazione del cielo notturno, in questa dissacrante descrizione fantascientifica, è calcolato secondo fissate tabelle di marcia.
Una soluzione al precariato, una civiltà che non prevede il concetto di disoccupazione perché ad ognuno è imposto un suo ruolo fin dalla nascita e perché è imposto anche lo svolgersi di quello che, secondo una mentalità antiquata, veniva definito “tempo libero”? L’individualismo soppresso una volta per tutte, in un mondo liberato dall’essere umano, con le sue qualità e i suoi difetti? C’è di che consolarsi, pur nelle incertezze e nel degrado, della nostra condizione attuale… Parafrasando provocatoriamente Churchill, si potrebbe affermare che viviamo nei peggiori mondo e modi possibili, eccezion fatta per tutti quelli sperimentati dai vari regimi o che possiamo immaginare in un futuro più o meno prossimo.

[Emanuela Camponovo è laureata all’Università di Genova in Lettere Moderne, responsabile delle pagine culturali del Giornale del Popolo]

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