Integrato disintegrato


Racconto di Antonio Omar
28 anni
Pordenone

omarSono metà nord africano e metà italiano. Su una sponda del Mediterraneo vengo considerato un italiano atipico. Sull’altra, un pessimo esemplare di nord africano. A Verona (mi pare), un come me dovrebbe dividersi in due per sedersi a metà sulla panchina dei comunitari e a metà su quella degli extra comunitari. Tutto ebbe inizio quando abitavo ancora sull’altra sponda del Mediterraneo. Anche li’, Il futuro si identifica con l’avere o meno le conoscenze giuste. Alla fine, mi hanno confermato che ho vinto una borsa di studio in Italia per continuare i miei studi scientifici presso un’importante università del Nord. La borsa l’avrei percepita solo dopo aver perfezionato l’iscrizione. Come trovare i soldi per venire in Italia? forse avrei dovuto venire col gommone? Non era il mio problema visto che avevo già la cittadinanza italiana. Per fortuna, alcuni amici hanno fatto una colletta e sono giunto in Italia. In segreteria, all’Università, la tipa mi fa con aria da funerale: “ …comunque devi pagare la mora…” come se pagare una piccola sovrattassa in più fosse la fine del mondo. Mi avevano avvertito che l’Italia è il paese delle tasse. Quindi se devo pagare la mora, prima o poi dovrei anche pagare la bruna o la rossa. Da quel momento ho deciso di studiarmi bene le leggi del Bel Paese.
Università.
“Che gente strana c’è in giro”. Questa sensazione l’ho avuta sin dal primo giorno. Ad esempio: questi egregi signori professori si rendono poco disponibili ma poi all’esame pretendono il massimo. Ho subito notato che alcuni di questi signori provano una certa ostilità verso gli studenti che lavorano per mantenersi: “si metta in aspettativa!” oppure così non va bene: “o scelga di studiare o scelga di lavorare!”. Che vergogna ‘sti prof! vorrei vedere: se per un attimo li mettessero in cassa integrazione ne uscirebbero davvero integrati o disintegrati? Dante li avrebbe condannati a studiare per tutta la vita da altri prof ancora più stronzi bocciandoli sistematicamente ad ogni esame e lasciandoli in uno stato di perenne povertà. Un’ennesima delusione è stata quando ho vinto un bando per un incarico di collaborazione presso un tetro dipartimento dell’Università con uno staff ancora più tetro. L’incarico era semplice però volevano impostarlo in un determinato modo, così da rendere, di fatto, il risultato finale poco credibile ma ottimo per i loro fini. Uno dei responsabili ci aveva minacciato di non pagarci se non avessimo finito l’incarico quindi ho deciso di mollare il lavoro. Mi sono calmato solo con la promessa della retribuzione, firmando una specie di lettera di dimissioni impostata ad hoc. Quest’ultimo evento si è svolto sotto la supervisione di due baroni privi di qualsiasi titolo nobiliare… per la cronaca, sono stato comunque retribuito.
Call Center.
Quando ho esaurito la borsa di studio, mi son reso conto di non aver più soldi. Da quel momento ha avuto inizio la mia lunga guerra personale contro la mia situazione precaria. Lavorando di tanto in tanto in un call center, beccavo al telefono certi personaggi… mi sentivo dire: “Ma lei non ha l’accento italiano…” oppure “ma lei non è italiano…” e io prontamente rispondevo “per metà”… “e l’altra metà?” e rispondevo prontamente “francese!” oppure dicevo che ero “inglese” solo perché se avessi spiegato che provengo da un paese del Nord Africa, a qualcuno magari non sarebbe piaciuto continuare la conversazione. “ah, ma lei è un francese colorato… comunque non credo che lei sia francese” – mi hanno detto una volta – e hanno subito riappeso. Un giorno uno mi ha detto, dandosi delle inutili arie: “ah, quindi Lei è comunque italiano?”- “Già, comunque”, come se volesse ignorare completamente l’altra mia metà. Comunque sei un ignorante, avrei voluto dirgli. Mi è stato detto anche: “ma lei non è italiano…”. Stufo di rispondere sempre allo stesso modo, ho replicato, dopo una breve riflessione: “ma perché, c’è qualche problema?”. Per un periodo ho lavorato presso un altro call center: mobbing, sfruttamento, retribuzione insufficiente, ambiente di lavoro poco salubre, computer che si bloccavano, server spesso in tilt… finché un bel giorno ricevo una mail di licenziamento firmata da uno dei responsabili senza che quest’ultimo abbia specificato nome e cognome. Causa del licenziamento: politiche aziendali. Mi sono subito rivolto ad un sindacato, il tipo mi fa: “Questo che ho in mano è uno dei peggiori contratti di lavoro che abbia mai visto”. Rimanendo in tema, mi ricordo che avevo rifiutato un altro lavoro di call center. Motivo principale: l’odore di fumo. La responsabile si ostinava a dirmi che in quel luogo di lavoro nessuno fumava. Magari a certi ispettori del lavoro fa piacere avere le tasche piene di soldi sporchi, le bocche cucite, gli occhi chiusi, e persino l’olfatto…
Altri episodi.
Persino la via delle lezioni private è stata dura. Mi hanno chiamato in pochi e quelli che ho avuto sono rimasti poco, non per colpa mia ma per colpa dei loro portafogli vuoti. La prima volta che ho chiesto l’assegno di disoccupazione, ho dovuto attendere molto più della norma. Mi son recato presso l’odiato ente e ho chiesto: “come mai?” La tipa mi fa: “Lei risulta ancora residente all’estero, se vuole può fare un’autocertificazione che ha cambiato residenza”. Alla fine le ho obiettato: “Residente qua o residente là che differenza fa visto che sono sempre la stessa persona?”. “Non è prevista l’indennità per chi risiede all’estero”. “Ma come, visto che ho maturato il diritto ad avere l’indennità lavorando in Italia e non altrove?” “Quindi quello che lavora e risiede in Italia è un cittadino di serie A e uno che lavora in Italia ma che risiede all’estero è di serie B?” “Questo è contrario alla libera circolazione di merci e persone”… avrei voluto urlarle in faccia tutto questo ma sapevo che non era colpa sua, povera la mia impiegata statale.
Parziale rassegnazione.
Mi chiedo spesso: come mai certi benestanti o ampiamente autosufficienti continuano a lamentarsi di tutti e di tutto? personalmente, chissà quante volte avrei voluto fare come Michael Douglas nel film Un giorno di ordinaria follia: in particolare, quella scena in quella specie di Mc Donalds… un giorno forse, se decidessi di emigrare verso un Paese più normale, farei come quel tipo che, appena arrivato all’aeroporto, ha bruciato il proprio passaporto. Se bruciassi i miei due passaporti, almeno rimarrebbe il terzo, quello del paese d’accoglienza. Ecco, questa è la mia storia. La storia di un integrato disintegrato.

 


Commento di Kaha Aden
La rana rosa – il mondo che viene e che va

 

C’era una volta una piccola ranetta. Non aveva genitori, tutto quella che sapeva di se stessa era di essere l’ultima della stirpe delle macchie rosa; macchie che comparivano solo tutte le volte che si avvicinava ad un ponte abbandonato da cui era attratta, dove andava per fare le sue passeggiate e le sue nuotatine al fiume. Dove porta questo ponte? Chi l’ha costruito? Perché è così diroccato? Si poneva queste domande affascinata dal vecchio ponte. Quando tornava al collegio dove abitava, lontano lontano dal ponte, le macchie sbiadivano fino a scomparire. La ranetta faceva di tutto per nasconderle nei brevi momenti in cui esse comparivano. L’unica rana alla quale ne aveva parlato era la direttrice del collegio, che le diceva sempre: È segno che discendi dal diavolo. Quando le macchie scomparivano e lei tornava conforme alle altre, era serena. Un giorno, nei pressi dal suo amato ponte, venne colta di sorpresa da una maestra, la più simpatica ma anche la più severa. Appena la vide la ranetta scoppiò a piangere. La maestra l’abbracciò e le chiese se l’aveva spaventata. No no, non volevo che mi vedessi cosi, rispose la ranetta. Così come? Con queste macchie. La direttrice mi dice che le macchie mi vengono perché discendo dal diavolo. Buah ah ah ah ah!, ride la maestra, e dice che il diavolo non esiste: Esistono delle ranette come te, curiose e piena di vita, che vengono qui perchè vogliono scoprire il mondo. Nel nostro ambiente apatico quelle come te sono le uniche che si domandano cosa c’è al di là del ponte. Al di là del ponte c’è l’al di là del ponte, risponde immediatamente la ranetta. Questa è la canzoncina sciocca con cui vi hanno abbeverato a scuola per castrare la vostra curiosità. E a chi come te non si arrende dicono che è figlia del demonio. Non esiste il diavolo e tu sei una delle mie allieve più promettenti. Rassicurata delle parole della maestra la nostra ranetta si rilassa e dà uno sguardo alla insegnante: pure lei è piena di macchie rosa! A quel punto, la ranetta si asciuga le lacrime e si rivolge alla maestra, ma non le diceAnche lei ha le macchie!; elettrizzata, le chiedeCosa c’è al di la del ponte? Aah, è così che ti voglio, brava!, risponde la maestra, e aggiunge:Nonostante io insegni geografia e storia, ahimè, non so cosa ci sia al di là del ponte. Si si, se alla tua età avessi avuto un pizzico di coraggio, questo ponte l’avrei attraversato! Chi sa?Poi, data una sbirciatina all’orologio, disse di dover andare. Ma poi tornò indietro:Mi raccomando, che non ti venga in mente di andare dall’altra parte a nuoto. Il fiume è molto largo e tu sei piccola. E poi ci sono i coccodrilli, aggiunge la piccola rana. Adesso devo proprio andare. Sentiti libera di venire da me tutte le volte che vuoi, ti aspetto. Va bene? La piccola ranetta rimase sola soletta con la tentazione forte di attraversare il ponte. Si era messa a fissarlo, finché divenne totalmente rosa. Quando decise che era ora di andare non cercò di togliersi le macchie con l’acqua del fiume, si incamminò semplicemente verso il collegio. Piano piano le macchie sbiadirono. Entrò in collegio da una porta secondaria e si infilò nel bagno. Mentre aspettava che scomparissero, cambiò le domande della sua vita. Non più Cosa c’è dall’altra parte del pontema Quando partire per l’altra parte del ponte?Dopo che ho finito le scuole!, si rispose, convinta che la sua maestra preferita sarebbe stata della stessa idea. Dal giorno in cui prese il diploma della scuola superiore sperimentale per rane normali non si è più vista. Sì, avete capito bene, “per rane normali”. E’ la scuola che ha voluto nonostante i suoi professori delle medie le consigliassero un’altra scuola. Qui tutte le rane son normali, le dicevano. Ma lei non era convinta e si incaponì a frequentare quella, solo perché nel nome della scuola compariva la parola NORMALE. Voleva avere qualcosa che certificasse che era più normale dei normali. E’ così che può capitare a chi non ha avuto modelli brillanti intorno a sé: cercare la normalità, quella che corrisponde alla conformità, più di quanto è necessaria. D’altra parte, però, la nostra piccola rana amava i momenti in cui la sua maestra preferita, che ha sempre storto il naso per la sua ossessione al conformarsi, le spiegava che ogni rana, lei per prima, è dotata di una particolarità che la distingue, difficilmente rimuovibile. Per fortuna! Prima di partire andò a salutare la maestra. Voleva dirle quello che la maestra preferita aveva sempre sperato per lei. Che avesse dei desideri e che li curasse nella loro unicità e imprevedibilità. La piccola ranetta era entusiasta d’informare la sua fantastica maestra che la sua identità non si riduceva alle macchie rosa (che lei oltretutto continuava a nascondere) perché era anche una rana piena di vita intenzionata a scoprire l’altra sponda del fiume.Mia cara piccola, mi fa piacere che hai il desiderio di lasciare questo posto. Vedi vedi vedi – dice la maestra indicando dalla finestra delle rane che passeggiavano per la strada – Tutte vestite uguali, che mangiano le stesse cose, camminano uguale. Sembrano avere disegni partecipati e condivisi, e invece ognuno è solo ed è interessato esclusivamente alla sicurezza della sua roba. Non importa l’entità, oppure la quantità della roba, anzi, più ne hanno meglio è. Per carità, ognuno può tenere a quel che vuole. Anch’io ho questa casa e ci tengo. Quello che mi preoccupa e mi fa dire che sono felice che tu te ne vada è il sospetto che le rane di questo posto siano diventate incapaci di pensare da sole e ambire a condividere progetti. Scusami cara non volevo essere pedante, deformazione professionale. Fai un buon viaggio, spero di rivederti un giorno.
Senz’altro maestra.
Quando parti?
Adesso
.
Piccola, arrivederci allora.
Arrivederci maestra. Partì in piena notte e camminò fino ai primi raggi di sole. Arrivata al punto più alto del ponte, in uno scenario quasi da sogno, vide finalmente una terra rosata dai raggi del mattino. Sembrava un posto abitato. Non si capisce da dove le venne la forza, ma si mise a correre verso quella terra. Non sembrava la piccola rana che aveva camminato tutta la notte, senza dormire né mangiare. Non era lei. All’entrata del nuovo paese sventolava una bandiera ROSA con scritto in nero La Pluralità E’ La Nostra Legge! Pensa: questo è proprio il paese della maestra, e si promette che appena potrà andrà a prenderla e la convincerà ad attraversare il ponte.
Passano 11 anni e tante avventure nel nuovo paese prima che lei possa mantenere questa sua promessa. Per primo incontrò un magnifico leone con una criniera rosa shoking arrotolata alla rasta che stava provicchiando una gigantesca batteria acustica black. Ciao, come ti chiami?, chiede lei.
BB, Baby Bastardo o Brigitte Bardot, come preferisci.
Bastardo?
Non vedi? Appaio in Rosa, frutto di bianco e rosso. Figlio di tutti, il Bianco. Che batte per la passione, il Rosso. Cos’altro potrei essere se non un meraviglioso Bastardo rosa!
, dice il leone a ritmo di Rap. Lei, la nostra rana, dopo un breve silenzio, vuole togliersi un’altra curiosità e chiede: E Brigitte Bardot perché?
Troppo bella, come me
, risponde prontamente il leone. Ma lei è femmina e ha una criniera bionda, tu mi sembri molto diverso.
Diverso dalla bellezza?, le chiede alzando leggermente il pelo del dorso; poi le si avvicina e le dice: Tesoro, devi stare un pochino attenta a quel che dici, qualcuno potrebbe restarci male.
No no nooo, sei bello anche tu!, si affretta a dire la rana. Di un po’, ma da dove esci fuori, mi sembri un po’ smarrita. Poi con questa tinta ‘verde vomito’. Con quella tinta è rimasta solo la famiglia reale. Non sarai una di loro?
Ma io sono nata così, non mi tingo affatto
.
Tesoro, poco importa, l’essenziale è cos’hai nella zucca, non con quale pelle sei nata oppure come ti dipingi quella ‘naturale’. Tutti i colori van ben, il rosso annacquato è il mio. L’amore, l’amore è la mia patria! Mentre BB intratteneva la rana con qualche strofa e qualche stacchetto di batteria, alle sue spalle arriva una struzza, che si guardava intorno con le sopraciglia inarcate e un becco da arcigna, una pazza. Chi è questa?, chiede la struzza a BB. È la mia nuova fidanzata – risponde BB senza neanche girarsi – Fidanzata mia, questa è mia madre, e non manca di presentare la rana a sua madre. La ranetta dice Piacere di conoscerla alla struzza che la fissava con faccia da arpia. Da dove vieni? Cosa fai qui? Chi sei? La struzza fa una raffica di domande alla povera rana e senza aspettare risposta si gira e chiede al figlio: La tua fidanzata non dovrebbe avere un nome?
Si chiama Rosa dell’Alba e se ne sta andando via. Vieni Rosa dell’Alba. Ciao mamma, noi ce ne andiamo
, dice BB facendo due passi avanti per rendere visibile la sua volontà di andarsene.Ma non mi chiamo così, disse la rana a BB seguendolo. Il leone non si curò della premura della rana per il proprio nome, era impegnato a svignarsela da sua madre. Da quel momento la nostra ranetta seguì BB ovunque. Con il corpo e con il cuore, lo seguì. Si potrebbe dire che se ne era innamorata perdutamente. La tumultuosa vita di BB e la sua banda (Peggio dei Bastardi Jazz Band) erano diventate il centro della sua esistenza. Hanno avuto cinque meravigliosi ranette con una folta criniera e la pianta dei piedi d’anfibi. Naturalmente nel paese della pluralità se ne trovano ranette del genere, con criniera e tutto il resto, ma nessuno con una madre che viene da “al di là del ponte”.
Diventò anche la manager di un locale messo su da BB, “Il Mingus”, dove si suonava e ascoltava un buon Jazz. BB e la sua banda non si curavano delle spese, in pratica hanno portato il Mingus ad essere sommerso dai debiti. Rosa dell’Alba era soffocata dalle preoccupazioni, non pensava ad altro che a come risanare i conti, fino a che una sera non sentì il discorso di un coniglio, uno strano tipo che veniva al Mingus per ascoltare buona musica. Qualche volta affittava il palco per il tempo necessario al cambio dei gruppi e parlava di politica. Questa volta era contro l’esecuzione della pena capitale su una iena che aveva sterminato migliaia di pesci rossi. In realtà Pinkie, così lo chiamavano gli intimi, ha sempre tuonato contro la pena di morte. Sarà per il pathos che ci ha messo, sarà per l’intensità delle parole usate quando ha detto Insomma non possiamo permettere che nella terra della pluralità viga la pena di morte, ha catturato l’attenzione della nostra ranetta, che incantata si era avvicinata al palco per guardarlo meglio. Quando sono proprio uno di fronte all’altro, il coniglio le dice mi chiamo Coniglio Pink, e chiede a lei: Come ti chiami? E lei uscì pazza per Coniglio Pink. In tutti quegli anni nessuno le aveva mai chiesto come si chiamasse. BB ha fatto il geloso per un po’ poi ha accettato le cose come stavano anche perché lui era uno che si innamorava ogni secondo. La rana con i cuccioli leone rana o i cuccioli rana leone si è trasferita con Coniglio Pink in una nuova casa. Dove, senza che nessuno lo pronunciasse mai, c’era nell’aria il suo vecchio nome. Era contemplata l’esistenza di un altro nome e si mangiava il dolce tutti insieme – BB, i rana leoni, Coniglio Pink – di venerdì e non di domenica, com’era di uso in quel paese. Un bel venerdì ha comunicatoo alla sua larga famiglia che voleva mantenere una promessa che si era fatta al suo arrivo. Cioè?, chiede BB. Tornare indietro a prendere la mia vecchia maestra per farle vedere quest’altro mondo. Chi va di là avrà la maledizione addosso!, dice il leone grattandosi la criniera. Hanno tramandato questa superstizione per evitare guerre e garantire la continuazione della specie. I due rospi da cui discendono le due casate che regnano al di qua e al di la del ponte erano gemelli. Tra i gemelli quale sarebbe stato l’erede al trono? Oltre tutto si narrava che la regina aveva rifiutato di dire quale dei due era uscito per primo al mondo. Allora non c’era nei protocolli della Corona alcuna indicazione su come gestire una situazione simile, che non si era mai verificata. Decisero quindi di dividere in modo uguale il patrimonio della Corona e di fare in modo che i gemelli e chiunque abbia a che fare con loro non si incontrino mai. Mai più. Così nacque la leggenda della maledizione per chi si avventura al di qua o al di là del ponte, spiegò la rana. Questo chi te l’ha detto? Il tuo nuovo amichetto intellettuale, Pink il coniglio? Ah ah ah, rise il leone. Non importa chi me l’ha detto, quello che ho detto è importante per rassicurarci che se andiamo di là dal ponte non succede niente tranne far felice me e la mia maestra. La maledizione è una stupidaggine superata. Tu coniglio che fai?, chiese il leone con fare provocatorio. Io vado con Rosa dell’Alba, dice Pink battendo forte per terra la zampa sinistra. Così l’ho chiamata IO, trovati un’altro nome per lei!, dice il leone alzandosi con fare sempre più sbruffone. Il suo nome me lo dirà lei, rispose il coniglio dopo essersi alzato anche lui con fare di sfida. Seduti, ho detto seduti. Smettetela! Allora BB, se tu rimani, tieni i cuccioli, dice la nostra ranetta dopo aver tirato fuori la borsa frigorifero e soltanto due felpe per il viaggio. Sembrava sapere già che il leone non avrebbe avuto il coraggio di seguirla. Dopo 11 anni riprese al contrario la strada che l’aveva portata nella terra della pluralità. Come presumeva la ranetta, lei e il coniglio hanno saltellato una notte intera, appena potevano con la mano nella mano. Arrivati dall’altra parte, la rana ebbe un colpo al cuore. Non riusciva a riconoscere niente. Tutte le vie tutte le persone ma tutto tutto persino gli alberi erano identici e irriconoscibili a lei. Coniglio Pink, aiuto, qui non mi capacito di nulla, come farò a riconoscere la strada per trovare la mia maestra. Socchiudendo gli occhi il coniglio dice I Dementi! Cosa?, chiede la ranetta. È il titolo del libro scritto dall’unico della Terra della Pluralità che, per quel che so, mai abbia varcato l’altra parte del ponte. Nel libro sosteneva che la gente che abitava dall’altra parte non ha il senso critico. Ma Pinkie tesoro, sei diventato bianco e a me sul ponte non sono apparse le solite macchie rosa, cosa succede?, tremolante chiede la rana. Si vede che andando dall’altra parte, tu di là e io di qua, con l’aiuto dello sguardo dell’altro ognuno di noi prende il suo colore. Il suo coloree, come dire, ehmm, diciamo quello più stabile. Nel tuo caso evidentemente il verde, dice Pinkie aggiustandosi gli occhiali. Niente rosa? Ma questo vuol dire che non c’è niente di bastardo in me?, chiede la rana preoccupata. No, essere bastardi è una forma mentale. E’ essere aperti al mondo che va e che viene. Non lo si diventa con i geni di mamma e papà. Essere bastardi, a parte il nostro amico Leone, lui rientra un’altra categoria, è una questione di testa e tu rientri in pieno. Con le lacrime agli occhi la rana dice: Pinkie dimmi che sono fantastica aperta insomma bastarda! Cara stai tranquilla, con calma troveremo la tua maestra, e tu sei bastardissima!

[Kaha Mohamed Aden è scrittrice e mediatrice culturale]

Share Button

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>