Lei dunque capirà


Racconto di Gianpaolo Sarti
32 anni
Trieste

 

SartiLei dunque capirà.
Eh? Non cominciamo bene. No, perché cosa dovrei capire?
Basta, si fermi. Si adatti. Si adegui. Insomma, si cerchi un lavoro normale…
La solita storia. La storia di chi non capisce. Di chi non sa.
Piano… ma…che ne dice, ci diamo del tu?
Vabbé, ci sto.
Allora, vediamo… Gianpaolo Sarti, 29 anni, 30 a novembre. Dico bene?
Sì.
Professione giornalista.
Precario.
Arrivi subito al sodo tu…
Già. Mi spiego meglio: sogno, aspiro a diventare un giornalista. Anzi già lo sono: ho una laurea, ho un po’ di esperienza e ho fatto un esame di Stato.
Quindi qual è il problema?
Che oggi lavoro, domani non so.
Beh, non abbatterti. In fondo in questi anni un po’ di strada ne hai fatta: la tv, i tg, i programmi… ora il giornale, qualche lavoro su testate nazionali… a proposito com’è andata con l’inchiesta sull’Espresso? Sì, quella che tu hai proposto e che poi ti hanno commissionato. Ed eri felicissimo… hai lavorato tre domeniche di fila, nel tuo tempo libero.
Mai pubblicata.
Perché?
Non so, non mi rispondono più nemmeno al telefono, alle email, agli sms. Scritta a gennaio: siamo in agosto. Anzi a giugno mi hanno pure chiamato: “Ascolta, taglia il pezzo a metà che abbiamo uno spazio sul prossimo numero”. Ho rifatto il lavoro e ho rimandato. Ci credevo.
Poi l’hanno pubblicata?
No.
Perché?
Mistero. Si dimenticano, passa il tempo…se ne fregano.
Beh, ti pagheranno.
Mi prendi in giro?
Cioè, lavori e non ti pagano?
Esatto.
E come campi? Perché se non sbaglio vivi da solo.
Sì, da quando avevo diciott’anni. Ora collaboro per un giornale di Trieste, seguo la politica. Ah sì: mi hanno appena assunto in cronaca. Per la prima volta in vita mia mi hanno assunto. Ti rendi conto?
Però, complimenti.
Per un mese e mezzo.
Scherzi?
No, dico sul serio: un mese e mezzo. A me sembra un lusso: mille cinquecento euro al mese, più straordinari. Cioè le domeniche. Tutte, o quasi. Mai visti tanti soldi insieme.
E poi?
Poi tornerò a fare il “collaboratore”. Poi si vedrà.
Collaboratore?
Sì, 20 euro lordi a pezzo da conquistare ogni giorno. 10 se gli articoli sono più brevi. Ma c’è gente messa peggio. Molto peggio: 5 euro ad articolo, 3 a volte.
E quanto porti a casa tu al mese?
800 euro se va bene, ma seguivo anche un ufficio stampa e arrivavo ai mille e due. Ma il “contrattino” al giornale (così lo chiamano) sta per finire. Quindi chiuso il mese e mezzo punto a capo. Anzi, scusa, punto avanti.
Eh?
Sì perché ci credo. Ci credo, cazzo.
A cosa?
Che vale la pena combattere. Spaccarsi, tuffarsi. Cercare, provare. Chiedere, proporre…bussare in punta di piedi…e sgomitare. Farsi un po’ del male…io ci trovo molto senso. Ci trovo molto senso a provare felicità per quello che faccio. Io cerco questa felicità. La inseguo. E se poi non è proprio felicità è pienezza. È essere se stessi fino in fondo. È toccare con mano la propria autenticità. Guarda, io non vedo buio nel futuro. Proprio no.
Sicuro? E fare altro? Insomma, trovati un lavoro normale. Uno stipendio normale, un contratto vero… cose vere, tranquille, sicure. Chi te lo fa fare a sbatterti così?
No, non posso. Non riesco. Sento qualcosa dentro. Andrei fuori di testa a stare su una scrivania e timbrare il cartellino. L’ho fatto, in un’azienda e poi in un’assicurazione. Mi sono licenziato dopo due mesi e ho iniziato a lavorare, anzi a “collaborare”, per una tv locale. Dieci euro (lordi) a sevizio. Ma ero felice. Perché a me piace stare in strada, vedere la gente, parlare, raccontare. Scrivere. Talvolta si aiuta anche la gente così: mi è capitato. Mi è capitato che scrivere qualcosa di scomodo potesse far del bene a qualcuno. Impagabile.
C’è un po’ di protagonismo in tutto questo?
Sì. Questo lavoro ti fa vivere le cose. Sei dentro alle cose. Ne fai parte. Hai un ruolo. Sei tu.
Un’identità.
Sento dentro di me queste cose. È come una vocazione, mi capisci? È la risposta a qualcosa che senti dentro. Mi emoziona, mi sfoga.
Andiamo un po’ oltre a un lavoro…all’idea di lavoro.
Già. È vivere. È bellissimo. Credo che bisogna osare, provare, sbatterci la testa. C’è una differenza, come dice qualcuno, tra vivere e sopravvivere.
Insomma, adesso sei felice. Sereno almeno.
No, quello è troppo.
Perché?
Beh, non c’è solo il “lavoro”… che poi va collocato al posto giusto: non credo nel “Dio lavoro”. No, poi stringi stringi cerco altro. Mi identifico, sì, con quello che faccio. Ma non permetto al lavoro di appropriarsi di me. Perché, come tutti credo, sono fatto di cuore. Ed è questo che cerco. Ecco, vivo un difficile equilibrio tra razionalità e passione. Anche quando scrivo. Lo faccio con rabbia. Ma cerco altro.
Fammi indovinare: sei innamorato.
No, amo. È diverso.
Quindi sei felice.
No, oggi mi manca il terreno sotto i piedi. Perché un rapporto ha bisogno di volontà. I sentimenti non bastano.
E queste sicurezze che cerchi le troverai?
Se Dio vuole.
Dio?
Sì, ci credo. Anche questo è bellissimo. È dolce.
Ma tu che puoi fare?
Posso volere bene. Perché l’amore, con la “a” maiuscola, va sopra a tutto. Davvero. Spero, almeno. Poi credo che, alla fine, ripeto, tutti cerchiamo una cosa sola: amare ed essere amati. Il resto conta, ma meno.
Intanto?
Soffro per questo. Precario anche lì. Precarietà esistenziale.
Datemi una storia da raccontare, di qualcun altro. Così non penso.

 


Commento di Daniela Messina

 

Niente affatto, è impossibile capirsi e “darsi del tu”, inscenando una familiarità di approccio che consenta la comunicazione: c’è un abisso che separa le generazioni in questo breve racconto.
Un interlocutore adulto usa un registro linguistico in cui parole come sicurezza , tranquillità , normalità , spessore dell’esperienza – le presunte “cose vere” – hanno un chiaro riferimento semantico, un peso e un valore; il ventinovenne Gianpaolo invece non trova definizione più appropriata per configurarsi socialmente di quel “professione precario” e così traccia un profilo di sé tanto spoglio ed eloquente da suscitare subito, nella mente e nel cuore di chi legge, fantasmi tristi di identità espropriate dei diritti e delle illusioni più legittime.
Forse la crisi economica che attraversa l’orizzonte sociale, producendo degrado e sfascio fin negli interstizi del nostro sistema di vita, sta lavorando in profondità e riverbera riflessi di straniamento dell’uomo dall’uomo nel linguaggio, prima che altrove. Il mondo pare diventato inospitale soprattutto per i giovani, in particolare il mondo degli operatori economici e dei contabili.
E invece, seguendo il filo del discorso, ci accorgiamo con grande sorpresa che Gianpaolo è un giovane reattivo e vitale. Dalla provvisorietà della sua vita e dalla mancanza attinge infatti un forte senso del limite e la tensione dialettica fra ciò che egli vuole veramente e ciò che gli è consentito lo induce a conoscersi meglio, a percepirsi come un essere-in-ricerca, a rinforzarsi nelle intenzioni fino a scoprire la sua vocazione.
“ Punto avanti” non è un ossimoro: accettando di mettere un punto ad ogni stadio di avanzamento realizzato, Gianpaolo impara a persistere nei suoi progetti, costi quel che costi. Poi sa ripartire, mettendo in conto la fatica e la pazienza; acquisisce il senso del tempo attraverso la misura dell’attesa; resiste alla frustrazione, quando sarebbe così facile abbandonarsi all’auto-compatimento e regredire; impara a crescere, a credere e ad aver fede. Ecco perché, pur fra i tanti ostacoli che rallentano la sua avanzata, può affermare che “vale la pena combattere. Spaccarsi, tuffarsi. Cercare, provare… bussare in punta di piedi… e sgomitare… e farsi anche un po’ del male, per inseguire la felicità, per toccare con mano la propria autenticità”.
Gianpaolo ha capito che l’angoscia e l’amarezza maggiore si sperimentano quando l’uomo ricava dalla propria fatica –dal proprio agire- la percezione dell’ insensatezza e intuisce che il vero problema non è la crisi in cui tutti siamo scivolati senza quasi accorgercene, ma è un problema di senso più profondo, più totalizzante. Ha sperimentato cioè che l’uomo vive bene nel tempo se ha la percezione di un valore aggiunto al suo agire: “un nodo d’oro che tiene tutto insieme” (Saint-Exupery) , senza del quale si può avere tutto eppure tutto manca.
È questa la buona notizia: dal negativo della vita e della storia può germinare un’umanità positiva e senza veli, capace di intrecciare relazioni nel segno di una solidarietà senza sconti e di riconoscere – e custodire – l’identità propria e altrui.
Siamo disposti a crederci? Siamo capaci, noi adulti, di rompere l’inerzia in cui indugiamo per l’età o per il sentire convenzionale, cercando un contatto vivo con questi giovani che, come Gianpaolo, sentono una chiamata e vogliono corrispondervi, orientando i desideri e la vita in risposta a quel richiamo?
Noi potremmo rafforzarli nelle scelte, invece di dissuaderli; potremmo rassicurarli sulla validità della loro vocazione, invece di spegnerla e potremmo mostrar loro che la realtà può essere il campo in cui il desiderio, abbandonando l’immaginario soggettivo, può creativamente affermarsi.
Potremmo essere adulti sostenitori e non distruttori dei desideri; adulti amabili, capaci di incoraggiare dei giovani ri-costruttori di speranza e di futuro.

[Daniela Messina è insegnante di Scuola Superiore, laureata in Filosofia Teoretica all’Università di Pavia]

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