La mia babysitter


Racconto di Monica Bernich
32 anni
Trieste

BernichLunedì ho iniziato un nuovo lavoro. Nuovo perché il contratto è nuovo, mica le mansioni. Sono cose che ho già fatto, rifatto, strafatto, forse anche disfatto e fatto di nuovo. E’ un bel contrattino di un anno, addirittura a tempo determinato e per una volta non co.co.co. o simili, che quando ho telefonato ai miei nonni per dir loro che l’avevo firmato, mio nonno si è messo a piangere dalla felicità. Ma dico, felicità per un contratto di 12 mesi? Povero nonno, si è adeguato anche lui a questi tempi balordi, lavorativamente parlando…e io? Io penso che con questo contratto batto il record di longevità e anche di tipologia contrattuale, perché finora non avevo mai avuto più di un “10 mesi” e neanche un tempo determinato, ma sempre progetti, collaborazioni, interinali. Eppure già mi preoccupo per il 07 ottobre 2013, giorno in cui questo fantastico contratto scadrà e io mi ritroverò di nuovo invischiata nella ricerca di un qualcosa che mi metta qualche soldo in tasca per pagare le bollette. Potrebbero anche rinnovare il rapporto, ma più di una persona mi ha già detto che il mio “capo” se ne vuole andare il prossimo anno accademico e senza di lui, io non servo a nessuno. A tutti sto dicendo che sono contenta, che finalmente ho 11 mesi di respiro – perché il 12esimo sarà di nuovo l’inizio dell’agonia – e che mi sento fortunata, ma la verità è che sono già preoccupata. Maledetta me che guardo sempre troppo al futuro! Torniamo sempre lì: ho 32 anni, convivo, comincio a sentire realmente un impulso di voglia di sposarmi e forse forse, in fondo in fondo, comincia a stuzzicarmi anche l’idea di fare un piccolo me. Ma con questi presupposti lavorativi come faccio a mettere in piedi progetti veri? Restano sempre classificati (o declassati) al rango di “sogni”…io capisco che la dolce Cenerentola ci ha insegnato che i sogni son desideri, ma potrò mai realizzare questi desideri? Comincio davvero a dubitarne. Una mia amica qualche anno fa ha trovato l’America: un posto a tempo indeterminato nel cuore delle colline senesi. L’oro. Sono arrivata al punto che, sapendo quanto siano rari i posti a tempo indeterminato, non glielo invidio nemmeno. Forse mi basterebbe la sicurezza di sapere che potrebbe arrivare il rinnovo del mio contratto, in modo da poter vivere tranquilla per quasi 3 anni, invece la possibilità, abbastanza concreta tra l’altro, che tra un anno sia già tutto finito, mi manda già in depressione. E ho cominciato da 3 giorni. Come si fa a vivere così? Non mi rendo neanche conto di come sto sopportando e ingoiando amaro. Il cv di 6 pagine non basta, le lingue che non bastano, l’esperienza lavorativa nemmeno, l’età mi taglia fuori da almeno metà delle offerte di lavoro perché “a 32 anni le donne si sposano e vogliono fare figli, quindi che senso ha assumerle se poi passano un anno in maternità”? Insomma, sono stanca, veramente stanca. Tiro avanti, nei periodi in cui non trovo lavoro, con un paio di ripetizioni a settimana e qualche babysitteraggio raro e sparso. Mi chiedo: quando avrò io il diritto di aver bisogno di una babysitter?

 


Commento di Emanuela Salvadori

 

Immagini in uno specchio

Ciao Monica, quando ho letto il tuo messaggio mi è venuta voglia di raccontarti un’altra storia, diversa. 1964 a Roma. Avevo 22 anni e stavo finendo l’università (mi rimaneva da discutere la tesi) quando mi fu offerto un contratto a tempo determinato (ma con prospettive di assunzione definitiva) dalla casa editrice Garzanti di Milano. Non ci crederai, ma non mi ero ancora posta il problema del mio futuro, vivevo tra giovani studenti squattrinati che passavano il giorno e la notte a leggere i romanzi di Silone e Pasolini, le poesie di Saba e di Pavese, a discutere i filosofi marxisti, ad ascoltare grandi maitres à penser come Argan, Praz, Macchia e Massimo Mila (chissà se questi nomi ti docono ancora qualcosa). Un po’ di spleen, un po’ di ribellismo giovanile, molte velleità, poca concretezza. La proposta Garzanti, prima opportunità che mi si presentò, mi fece balenare la prospettiva di cambiare vita e città e di diventare finalmente autonoma. Così, senza pensarci troppo, un po’ avventurosamente (avventatamente?) decisi per il sì. Le mie motivazioni? Nessuna economica, tutte ideali e molto soggettive: la ricerca di una migliore qualità della vita, di un inserimento soddisfacente, di un incontro con il nuovo (per me era l’ignoto), di una crescita personale. Quando dissi ai miei che volevo andarmene (e abbandonare anche le prospettive di una possibile carriera nella ricerca), rimasero perplessi. Come sempre non mi ostacolarono, ma sapevo che non vedevano la scelta di buon occhio. Roma, dove avevo passato gli anni dell’Università, mi sembrava allora vecchia, pacifica e immobile, Milano e il mitico Nord mi apparivano ben più stimolanti e capaci di aprire ad esperienze nuove… Non mi sembra di aver chiesto quale fosse il compenso previsto per me, con aristocratico distacco consideravo la cosa irrilevante. Mi sembrava molta più allarmante la prospettiva di dover lavorare 7 ore al giorno. Un’enormità per una persona che cercava un po’ di aria nuova, era spaesata e voleva cambiare il mondo e se stessa. Mi chiedevo se quel posto fosse adeguato alle mie esigenze, se mi avrebbe inserita in un contesto motivante, se mi avrebbe assicurato una carriera di successo…. così, mentre viaggiavo tra Roma e Milano verso il mio primo colloquio di lavoro, i problemi concreti (materiali, di organizzazione della vita e di sopravvivenza) non mi sfioravano nemmeno. Poi, il primo impatto. La sveglia che suonava la mattina e io che odiavo quella che per me era una tortura: giù dal letto alle 7, doccia e colazione e poi un tram per arrivare in centro. Lì una lunga giornata, con qualche pausa, molte risate, molte chiacchiere con le colleghe (era la redazione di un dizionario). Io non capivo bene che cosa stessi facendo, ero ancora un’adolescente cresciuta in una famiglia protettiva, ero immatura, poco consapevole di quello che mi circondava. Il mondo era lì perché lo conquistassi, anche se le difficoltà (soprattutto interne) mi sembravano enormi, davvero troppo pesanti. Velleità, utopismo, immaturità, mancanza di concretezza, quello fu il punto di partenza di un lungo percorso che ancora mi riserva qualche novità interessante…. ma a te è stato permesso di viverle queste esperienze? Mi sembri così saggia, ironica e consapevole che quasi mi sento in colpa…Ho letto di nuovo il tuo pezzo e la tua età mi ha fatto pensare a mia figlia. E’ tua coetanea. Ha una storia complessa, esemplare tuttavia: studi non lineari, ma ricchi di titoli e di esperienze. Il suo cv era lunghissimo già a 25 anni. Poi lavoretti in posizioni sempre marginali, poco remunerative, contratti firmati e pagati mesi dopo aver concluso la prestazione, partita IVA imposta, tante frustrazioni, tante telefonate a papà e mamma con le lacrime in gola. Una precarietà che invade tutta la persona, nella sfera privata e pubblica. Quella che stai vivendo tu insieme a tanti tanti altri. Poi un po’ alla volta qualcuno dei lavoretti comincia ad offrire qualche possibilità di crescita, consente esperienze sempre più ricche e gratificanti e solo raramente lei ripiomba nello sgomento e nell’angoscia. L’altro giorno mi ha telefonato parlandomi con distacco, ironia e molta consapevolezza della sua vita professionale, della sua vita affettiva e di quello che potrà essere il suo futuro. Da una crisalide di angoscie, introversioni, autodenigrazione, insicurezza e strane fughe in avanti è emersa una persona lucida e padrona di sé. Una trasformazione miracolosa. Al di là di un vago e colpevole sentimento di nostalgia per i momenti in cui aveva ancora bisogno di me, la gioia (e lo stupore) per questo esito sono grandi. Rimane sotteso un senso di angoscia per le mie responsabilità in questo percorso che ha portato una ragazza, educata in primo luogo alle grandi utopie, alla solidarietà e al disinteresse, a dover negoziare quei valori per poter sopravvivere socialmente, professionalmente e psicologicamente. Ha dovuto accettare le dure regole del « mercato » , ha dovuto imparare da sola, con l’unico supporto del capitale culturale e sociale ricevuto in famiglia, a vivere in un mondo di cui non conosceva le regole. Mi chiedo se è proprio vero che la mia generazione, i famosi sessantottini, abbia proposto ai propri figli modelli di solidarietà. Ho il dubbio che abbia finito per essere nei suoi comportamenti la più competitiva e la più aggressiva, lasciando alle nuove generazioni una sola opzione vincente: trovare una propria linea dura e solitaria e accettare le regole del gioco per non soccombere.
Tutto questo per i più fortunati, cui comunque Monica ti auguro di appartenere.

 

[Emanuela Salvadori è docente a contratto di Francese e di educazione ai Media]

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