Il mio primo giorno


Racconto di Heiko H. Caimi
46 anni
Brescia

CaimiDicono che il primo giorno di lavoro sia un’esperienza esaltante: il giorno in cui finalmente metti piede nell’età adulta e, dopo un po’, percepisci uno stipendio tutto tuo. Questo, almeno, a sentire i miei genitori; e, se tenete conto che l’augurio di papà è stato: “finalmente potrai smettere di considerare questa casa un albergo”, potete farvi un’idea di quanto ritenessi credibili le loro affermazioni. Se poi ripensavo alle altre mie prime volte, il panorama si faceva ancora più scoraggiante. Il mio primo giorno di asilo ho pianto tutto il giorno perché rivolevo la mamma; il primo giorno di scuola ho pianto fino a quando la mamma non se n’è andata, piantandomi lì in balia di una maestra crudele; il primo giorno da maggiorenne è stato un giorno come gli altri, anzi, è stato piuttosto deprimente perché papà non ha mai smesso di parlarmi delle responsabilità che avevo conquistato, come se fosse una conquista non poter fare più niente di quello che ti piace; e il primo giorno di università ho capito che tutto quello che avevo imparato al Liceo non mi sarebbe servito a niente, e che la sfida era ancora più dura. La mia unica prima volta davvero esaltante è stata quella del mio primo bacio, ma vi assicuro che entrare nel mondo del lavoro non ha niente a che vedere con le emozioni del primo bacio, e nemmeno con quelle del primo bacio alla francese. La giornata è partita nel peggiore dei modi. Uno dei vantaggi dell’Università è che la maggior parte delle volte puoi dormire fino a tardi. Beh, quando cominciate a lavorare, a meno che non facciate le cubiste o le cameriere in un night club, questo aspetto così piacevole della vita siete costrette a lasciarvelo alle spalle. Non è che la prospettiva di svegliarmi alle sei mi abbia mai sorriso, ma l’idea di doverlo fare tutti i giorni mi dava un senso di esperienza mistica. E io non ho mai potuto soffrire le esperienze mistiche. Senza contare che, durante la notte, non sono riuscita a chiudere occhio, pensando a quanto questo secondo ingresso nell’età adulta mi sembrasse terrificante. Ma mi sono fatta forza e ho raggiunto l’ufficio dove avrei trascorso tre mesi di stage con passo baldanzoso o, come diceva il Manzoni, con lieta furia; non che l’idea di lavorare gratis per tutto quel tempo senza avere nessuna certezza di assunzione mi esaltasse, ma sapevo che, più grintosa ed entusiasta mi fossi mostrata, più avrei fatto una buona impressione. All’ingresso nel palazzone della multinazionale in cui devo fare il mio tirocinio riesco persino a sorridere. Ma, non appena una receptionist distratta mi indica dove devo andare e varco la porta dell’azienda, la prospettiva cambia del tutto: mi trovo in un open space immenso con divisori in plastica grigia, pareti bianche come nei manicomi, gente che urla al telefono e, soprattutto, una sfilza di miei coetanei che hanno l’aria di soffrire di una grave forma di depressione. Nessuno alza la testa per vedere la nuova arrivata, e io sto già per avvicinarmi a chiedere informazioni quando vengo intercettata da una quarantenne, vestita da uomo e con l’aria della donna in carriera, che mi sorride con una smorfia che sembra più un ictus:  “Ah, tu devi essere quella nuova. Vieni con me”. La donna, senza dire altro, mi porta a fare un tour nel labirinto dell’open space con passo da maratoneta, rendendomi difficile starle dietro e, dopo essersi persa almeno un paio di volte (ne sono sicura) mi abbandona in un loculo vuoto all’interno di quella bolgia infernale e, prima che io possa chiederle che cosa devo fare, se ne va quasi di corsa lasciandomi davanti a una scrivania a contemplare un computer, una cassettiera completamente vuota e un telefono grigio con la numerazione a disco e la targhetta della SIP che, per chi non lo sapesse, è il modo in cui si chiamava la Telecom vent’anni fa. Si vede che le novelline devono familiarizzarsi con l’archeologia. Mi guardo intorno e aspetto che qualcuno venga a spiegarmi che cosa devo fare. Dopo dieci minuti di attesa comincio a innervosirmi. Dopo venti, comincio a tamburellare con le dita sul ripiano della scrivania. Dopo mezz’ora, avrei voglia di alzarmi e gridare: “Ehi! Sono Daniela, quella nuova! qualcuno mi vuole spiegare che cosa devo fare?”. Ma non ce n’è bisogno, perché al quarantesimo minuto vengo raggiunta da una segretaria che deve lavorare ancora qui solo grazie alle ultime riforme del sistema pensionistico e che dimostra almeno cinquant’anni per gamba: “Sono la signorina Bezzi, e per i prossimi giorni tu dipenderai da me”.
La graziosa signorina mi deposita davanti una serie di cartellette in cartoncino beige e mi spiega: “Queste devono essere archiviate nel programma contabile entro mezzogiorno. Passo io a riprenderle”. Senza darmi ulteriori spiegazioni, scompare nel dedalo dal quale sono circondata. Apro le cartelline e scorro pagine e pagine di documenti contabili che dovrei inserire nel computer; apro il computer e dopo aver scorso tutti i menu e avere aperto alcune finestre, capisco che cinque anni di ragioneria, tre di economia e commercio e un biennio di specializzazione in economia aziendale alla Bocconi mi hanno messo nella condizione privilegiata di non sapere assolutamente come interpretare i documenti, il programma e il lavoro che dovrei svolgere. Al colmo della disperazione, mi sporgo dal divisorio del mio cubicolo e cerco di attirare l’attenzione di un impiegato sui trentacinque anni che sta inserendo dati a manetta. Quando, dopo una raffica di tastiera, si degna di guardarmi, gli chiedo se lui sa che cosa devo fare. Mi chiede di vedere le cartelline, dà loro una rapida scorsa e poi mi spiega: “Non ti preoccupare. Ti hanno semplicemente scaricata qui perché al momento non sanno cosa farti fare. Tu inganna l’attesa giocando a Tetris, trovi l’icona nel menu Start, e vedrai che prima o poi ti vengono a recuperare. Ma se proprio ci tieni a metterti in mostra puoi provare a inserire i dati nel programma contabile”. E mi spiega una serie di menu e sottomenu che devo aprire per arrivare alla finestra che mi interessa. “Vedrai che, lì, le voci in cui inserire i dati sono le stesse che sono riportate sui moduli cartacei che hai in mano”.
“Ma… a che cosa serve?» chiedo frastornata.
“Assolutamente a niente, il tuo computer non è collegato ai server centrali. È solo un modo per tenerti impegnata e vedere come te la cavi, te l’ho già detto. Per conto mio, ti consiglio il Tetris. Ma adesso lasciami lavorare, che sono indietro”. E si rimette a battere sulla tastiera ad un ritmo più vertiginoso di quello sostenuto dal più bravo batterista rock.
“Ma… e se faccio un errore?”
“Se fai un errore non ammetterlo con la signorina Bezzi. Tanto lei non ha mai imparato ad usare il computer”.
Un’altra mezz’ora e tutti i neoassunti e gli stagisti sono convocati in sala riunioni. Dopo aver cercato invano di uscire dal labirinto per conto mio, mi accodo a una mia coetanea che sembra sapere il fatto suo in materia di orientamento e finalmente, dopo essere passata dal bagno delle donne e dalla macchinetta del caffè, riesco a raggiungere la sala riunioni, nella quale un uomo sulla cinquantina, elegantissimo nel suo completo firmato, domina dall’alto di un podio la platea, nella quale sono disposte in fila un centinaio di sedie. Le prime file, naturalmente, sono vuote ma io, per fare bella figura, mi metto in seconda fila, da sola. “Buon giorno”, ci saluta l’uomo, che suppongo essere il nostro capo. “Io sono Giacomo Redaelli, e sono il direttore di quest’area”. Naturalmente non si scomoda a dirci di che area si tratta. “Ho indetto questa riunione prima di tutto per presentarmi e in secondo luogo per rassicurarvi: io sarò il vostro punto di riferimento per tutto il periodo in cui sarete qui con noi, per il vostro periodo di prova, per il vostro stage o per il vostro tirocinio. Vi posso garantire che, in questa azienda, siamo tutti come una famiglia, quindi potete considerarmi come se fossi vostro padre. Non mi vedrete spesso, ma potete stare sicuri che io vi controllo, e che conferirò giornalmente con i vostri referenti per monitorare la vostra situazione”. Ma come parla? “I più meritevoli fra voi, al termine del periodo di prova, verranno assunti a tempo determinato nella nostra azienda. E sarà un privilegio, per me, selezionarvi di persona. E adesso non perdiamo altro tempo: dateci dentro, perché avete solo pochi mesi per dimostrare che vale la pena farvi restare nella nostra grande famiglia”. Alzo la mano per chiedere la parola. Non lo faccio apposta: è un gesto istintivo.
“Mi dica”, m’incoraggia il capo con un sorriso.
“Volevo chiedere… Lei è il direttore di quest’area. Ma di che area si tratta?”.
Lui getta uno sguardo all’orologio. “Vuole dire che lei è qui da stamattina e non l’ha ancora capito?”
“No, cioè… sì. È che non mi è ancora del tutto chiaro… cioè…”
“Vuole dirmi il suo nome?”
No, veramente non vorrei, ma è talmente forte il potere coercitivo di quel sorriso che glielo dico immediatamente. Lui estrae un blocchetto minuscolo dal taschino della giacca e si appunta qualcosa. Sicuramente le mie generalità.
“Benissimo, signorina, la terrò d’occhio”.
Tutti si alzano facendo un gran fracasso mentre il grand’uomo, il nostro papà che ci controllerà da dietro le quinte, si allontana a passo di marcia. Mi sembra di essere entrata in un incubo ma, guardando i miei colleghi, mi accorgo di essere tutt’altro che una mosca bianca: tutti hanno uno sguardo smarrito, alcuni sudano come fontane e su certi volti scorgo un’espressione di terrore. Fa sempre paura essere giudicati da un padre, figuriamoci se poi quel padre è il nostro dirigente.
Quando ritorno nel mio loculo non faccio in tempo a sedermi che un ragazzo in giacca e cravatta della mia età, con un sorriso da yuppie stampigliato sulla faccia, mi porge la mano e mi dice:
“Ciao, io sono Marco, e tu?”
“Daniela”
“In che area lavori?”
“Devo ancora cercare di capirlo, non è che potresti darmi un aiutino?”
“Credo che ci troviamo nell’area contabile, o come cavolo la chiamano in questa azienda”
“Che cosa fai stasera?”
“Credo che mi butterò sul letto e passerò il tempo a chiedermi chi me l’ha fatto fare di venire a fare uno stage in questa azienda”
Sto per riprendere posto davanti al computer, chiedendomi se dovrò passare il resto della mattinata a giocare a Tetris, quando un uomo sulla trentina, alto e calvo, con l’aria sicura di sé e con in mano due volumi di fotocopie rilegati ad anelli, uguali a quelli che sono impilati nel carrello alle sue spalle, mi si piazza davanti e, senza porgermi la mano né altri segni di cordialità, si presenta: “Sono Samuele Mantegazza, e sono il tuo referente per lo stage. Puoi chiamarmi Dottor Mantegazza o, se preferisci, semplicemente Capo”. Mi porge i due libroni: “Questi sono i tuoi manuali, qui c’è tutto quello che devi sapere sulla nostra azienda e sulle procedure che devi imparare. Per domani devi averli letti tutti e due e imparati a menadito. I manuali non devono uscire dall’azienda, quindi vedi di impiegare bene il tuo tempo. Domani inizierò a farti lavorare sul serio, e non voglio incominciare con il piede sbagliato. Se non avrai capito quello che devi fare, dovrò spiegarti io tutto daccapo, e questo non mi farà per niente una bella impressione, perciò, se hai dei dubbi, vieni a chiedermi spiegazioni in giornata. Il mio ufficio è il 12 B che, se non ti sai ancora orientare, significa che devi andare nella fila B, che è la seconda a partire dalla sala riunioni, e raggiungere l’alloggiamento numero dodici, è tutto chiaro?”. Senza attendere la risposta, si volta, recupera il carrello e, raggiunto il loculo successivo della fila, si presenta ad un mio collega nello stesso modo: “Sono Samuele Mantegazza, e sono il tuo referente per lo stage…”.
Mi chiedo se l’antipatia non sia un requisito necessario per essere assunti, o se sia il lavoro qui dentro a trasformare tutti in questo modo. Ma mi metto l’animo in pace e, ripresa posizione nel mio alloggiamento, mi metto a studiare i due manuali chiedendomi come farò a memorizzare tutto per domani senza neanche poter ripassare a casa. Alla sera, quando mamma e papà mi chiedono com’è andata, faccio loro un sorriso stentato e rispondo: “Benissimo”.
Un radioso futuro lavorativo si apre davanti a me. Ma, dopo questa prima giornata, mi chiedo che cosa abbia a che fare il mio futuro con quell’azienda. E so già che non troverò una risposta.

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