Generazione senza diritti


Racconto di Dario Fabbri
41 anni
Trieste

 

fbbrisDal 2000 sono stato sempre un lavoratore precario. Non sono mai riuscito ad avere una continuità lavorativa superiore l’anno, pur dandomi fa fare. Da quando ho iniziato a lavorare, dopo la laurea, ho sempre effettuato lavori di precariato: il più lungo a tempo determinato è stato con “attività in forma di collaborazione coordinata senza vincolo di subordinazione” (per inserimento dati) presso un ente pubblico. I successivi contratti sono durati al massimo sei mesi, sia nel privato settore assicurativo, che negli enti pubblici (co.co.co.,consulenza, somministrazione), fino ad arrivare alla recente triste durata nel 2012 inferiore anche al mese. Ebbi poi la possibilità di prolungare la durata del contratto di lavoro a un anno ma dissero che ero laureato e quindi non ero adatto a svolgere una mansione di inserimento dati: avrei dovuto trovarmi un lavoro inerente alla laurea e mi lasciarono per strada! Ho svolto in seguito alcuni lavori con brevi contratti, prima a tempo determinato di sei mesi presso una Compagnia di Assicurazione, poi di somministrazione presso la Regione, dove percepivo mediamente 1000 euro al mese ed ero in contatto con i burocrati del Palazzo della Regione (soggetti che guadagnavano almeno sei/ottovolte tanto la mia busta paga). Sul lavoro non si poteva dire nulla: o accettavi le condizioni o ne eri fuori. Perciò, in seguito al rinnovo del contratto, fui obbligato a passare dalla funzione amministrativa a quella di commesso con dimezzamento della paga (qualifica che, con tutto il rispetto per chi oggi la esercita, richiede il titolo di studio della terza media). Sono disoccupato dal mese di aprile del 2011, quando l’Agenzia del Lavoro Obiettivo Lavoro (con la quale prestavo un rapporto di lavoro somministrato presso la Regione) ha perso l’appalto e ha fatto un ricorso amministrativo. La Direzione del Personale della Regione ha trovato la scusa della sospensione dei lavoratori con i contratti di lavoro somministrato per non riprendersi il personale interinale, rinunciando di fatto ai lavoratori non dipendenti pubblici. Insomma, come dire che avevano già deciso di cacciare via senza distinzione chi lavorava e chi non faceva nulla… La mia vita ora com’è? Da questo mese ho esaurito il sussidio della disoccupazione ordinaria e rischio di cadere nella povertà più assoluta, non esistendo in Italia il reddito minimo garantito assistenziale, che ha lo scopo di evitare che questa categoria di cittadini cada in una situazione di estrema povertà. Per un’esigenza di sopravvivenza mi sono quindi adattato alle varie situazioni dei lavori diversi, accettando e imparando a convivere con la modernità del lavoro (dove flessibilità e precariato sono la normalità) e ho perseverato nel cercare lavori più seri dimenticando il percorso di studi, inviando migliaia di curriculum ma senza trovare nulla di serio e concreto. Mi sono sempre dato da fare con il volontariato e corsi di formazione, anche nei numerosi periodi di disoccupazione che sono obbligato ad accettare e in questo momento, dopo più di dieci anni dall’entrata nel mondo del lavoro, mi ritrovo al punto di partenza; solo che la mia situazione “sociale” è mutata. Non vivo più con i genitori, persone che per fortuna (visti i tempi) affettivamente ed economicamente sono vicine e ho un mutuo per la casa da pagare. Dal punto di vista personale sono penalizzato e osservo la non corrispondenza nella nostra realtà tra quello che è scritto nell’articolo 1 della nostra Costituzione che vede la Repubblica Italiana fondata sul Lavoro e l’articolo 4 in cui La Repubblica Italiana riconosce a tutti i cittadini il diritto al Lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

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