Affondati


Intervento di Lucia Cosmetico

 

insicurezza

L’Italia è una Repubblica democratica, affondata sul lavoro.
Scusate l’ardire, cari padri costituenti, ma mi è venuto spontaneo dopo aver letto l’ennesimo articolo di giornale con le regole per “aiutare i giovani a trovare lavoro”. 
E giù di soft skills, e attitudini multitasking, e competency centre, e una serie di altre parole anglo-insignificanti condite da consigli di questo tipo: studia Lettere ma nel frattempo fai corsi di informatica, lingue e programmazione sul web, poi cerca un impiego temporaneo, magari come promoter, per imparare a stare a contatto con il pubblico, e non trascurare sport come canottaggio e trekking in cordata, perché affinano la capacità decisionale il talento nel problem solving.” 
E ogni tanto respira, giovane, perché a forza di leggere articoli come questi tu rischi di vivere in apnea.
Eccolo, il moderno cercatore di lavoro-polipo con mille mani e fili in testa eternamente collegati con il “mondo del lavoro”. 
Con il “mercato del lavoro”. 
Come se il lavoro fosse soltanto mercato, economia, soldi, guadagno. 
Come se il lavoro fosse un “mondo” staccato da tutto il resto, con regole proprie. 
Una giungla a parte, impacchettata dentro ad uffici dove bisogna sforzarsi di entrare, possibilmente vestiti ed acconciati in modo adeguato. 
Ehi! Entra anche tu nel mondo del lavoro! Sei pronto?

Cari padri costituenti, a quale lavoro pensavate quando avete deciso di scrivere quel primo principio fondamentale della nostra Costituzione che ogni tanto ci pesa come un macigno sulle spalle?
Il lavoro-capolavoro di Michelangelo nella Cappella Sistina?
Il lavoro-operaio?
Il lavoro-atipico, tipico di un’epoca che ama dare etichette nuove a lavori vecchi per tutelare le aziende e sempre meno i lavoratori?
Il lavoro-che non lo trovo mai come piace a me?
Il lavoro-che ho studiato tanto e guarda cosa mi ritrovo a fare?
Il lavoro-che sei sprecato per quel lavoro lì?

Ma voi, intrepidi padri costituenti, avete voluto andare più e fondo ed avete precisato nel quarto principio fondamentale: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Bum. Colpito e affondato.
Non è questione di posto fisso o labile. E’ in gioco qualcosa di più destabilizzante. Che ci decentra da noi e dal nostro ego sempre più asfittico.
Contribuiamo con la nostra fatica quotidiana al bene comune, che inizia dai rapporti umani tra colleghi all’interno di uno stesso “posto di lavoro”?

Simone Weil, tra le poche a parlare di spiritualità del lavoro nel Novecento, ha scritto: “Una moglie, dei bambini, una casa, un giardino che gli fornisca gran parte del suo nutrimento, un lavoro che lo leghi ad un’azienda, che gli piaccia, di cui sia fiero, che sia per lui una finestra aperta sul mondo, ecco quanto basta alla felicità terrestre di un essere umano.”

Lungo silenzio sovrumano. 
E profondissima quiete.

[Lucia Cosmetico è giornalista RAI e scrittrice]

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