Di sana e robusta Costituzione. Ma senza un lavoro.


Racconto di Andrea Favaro (twitter: @GrouchoMac)
39 anni
TREVISO

VIAGGIO NELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE ALLA RICERCA DI UN DIRITTO NEGATO.

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Pietro Calamandrei, il più noto e autorevole dei nostri Padri costituenti, così si rivolgeva agli studenti universitari milanesi il 26 gennaio del 1955:
L’art. 34 dice: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». E se non hanno mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi.
Dice così: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di Uomo.
Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da Uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società (…)”.
Ora, sessant’anni dopo le parole di Calamandrei, possiamo dire che l’Italia è davvero una «Repubblica democratica fondata sul lavoro?»
Gli articoli contenuti nella prima parte della Costituzione dedicati allo studio, al lavoro, alla dignità della persona, sono stati effettivamente attuati? Applicati? Rispettati?
Occorre, preliminarmente, fare una precisazione.

 

La Costituzione italiana stabilisce dei principi.
Ma non c’è nessuna norma, nessun meccanismo e nessuna sanzione che obblighi chi fa le leggi, o chi le deve applicare, a dare attuazione a quei principi.
Nel nostro ordinamento, la Costituzione ha una funzione di limite: il controllo di costituzionalità delle Leggi consiste nel valutare se una norma, votata dal Parlamento, sia conforme o meno ai principi della Costituzione. Se non lo è, la norma cessa di avere efficacia.
La conseguenza è che non ci possono essere leggi contrarie alla Costituzione.
Ma nulla garantisce che tutte le leggi necessarie per dare attuazione alla Costituzione vengano effettivamente promulgate.
Ed infatti, gran parte di esse non lo sono mai state.
Nel commentare la prima parte della Costituzione durante un seguitissimo programma televisivo, (don) Benigni, nella sua omelia, definiva un articolo “meraviglioso”. Aggiungendo, a mezza bocca: “…magari venisse attuato”.
Ed è proprio questo il punto.
La tanto declamata «Repubblica fondata sul lavoro» è l’Italia della Costituzione.
Ma esiste, l’Italia della Costituzione?
Avrete già capito, che la risposta è no.
Ognuno di noi conosce la condizione del lavoro in Italia.
Ognuno di noi ha ascoltato i dati allarmanti sulla disoccupazione, su quella giovanile in particolare.
Ognuno di noi, direttamente o indirettamente, ha avuto a che fare coi contratti “co.co.co.”, “co.co.pro.”, “a chiamata”. Con il lavoro “ripartito”, “intermittente”, “somministrato”, con il part-time “orizzontale” e “verticale”. Con il “patto di prova”, la “mobilità”, la “cassa integrazione guadagni”, il “contratto di inserimento” e le “prestazioni occasionali”.
Ognuno di noi ha visto gente laureata, e col master e con l’esperienza all’estero, adeguarsi a fare lavori sottoqualificati.
Ognuno di noi ha parlato coi ragazzi dei call center, palesemente spaesati, ma che assumono un atteggiamento pseudoprofessionale, cercando di farti capire – ma senza potertelo dire – che loro non avrebbero voluto risponderti, che loro non dovrebbero essere lì seduti con le cuffie e il microfono alla ambraangiolini, che hanno studiato per fare altro.
Non necessariamente per avere uno stipendio migliore.
Non necessariamente per “farsi una famiglia”, come si dice.
Ma per fare qualcosa che li rendesse, in modo più convincente, delle persone.
Degli individui.

 

Bene, concentratevi per un attimo su tutte queste nozioni.
E poi leggete questo.
Articolo 4 della Costituzione della Repubblica Italiana: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
La Repubblica “riconosce”, e va bene.
Ma qualcuno sa spiegare in che modo “promuove”?
E soprattutto, se il lavoro è un diritto di tutti i cittadini, chi tutela i cittadini contro la violazione – costante, diffusa e dolorosa – di questo diritto?
E come può il cittadino anche solo aspirare a concorrere al progresso materiale e spirituale della società, se il diritto al lavoro è, di fatto, soppresso?
Che fine ha fatto l’articolo 4 della Costituzione? Che ne è dei principi che sancisce?
Basterebbe rispondere a queste domande, per dichiarare il fallimento di sessant’anni di democrazia.
Articolo 9: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica (…)» .
Con la cultura non si mangia”, ha detto qualche anno fa un Ministro della Repubblica, per legittimare l’ennesimo taglio di fondi.
Ma quale lavoro, quale dignità, quale futuro può garantire ai propri cittadini, uno Stato che non promuove cultura e ricerca?
Ci fosse almeno da mangiare, caro Ministro…
Articolo 31: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo».
Non serve essere dei sociologi affermati per sapere che è proprio la mancanza di lavoro, di un reddito stabile, il fattore principale che impedisce il formarsi di nuove famiglie (e non parlo delle “famiglie numerose”, scomparse anche solo dall’immaginario collettivo).
E’ facile, dallo scranno di ministro, dare dei “bamboccioni” ai ragazzi che non escono dalla casa dei genitori. Ma basta confrontare uno stipendio con un affitto, per capire che la colpa non è dei ragazzi.
Anzi.
Articolo 34: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso».
Assegni alle famiglie ed altre provvidenze per i capaci e i meritevoli.
Dev’esserci un refuso. Non è la nostra Repubblica, questa.
E poi, considerato come si svolgono i concorsi in Italia, figuriamoci se i Padri costituenti li avrebbero resi addirittura obbligatori!
Articolo 35: «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori (…)»
Vorrei chiedere, a quel ragazzo del call-center, come viene curata la sua formazione e la sua elevazione professionale.
Soprattutto, vorrei andare in cerca delle leggi che ha adottato lo Stato negli ultimi sessant’anni, per attuare l’articolo 35.
Non sarebbe una ricerca fruttuosa, credo.
Articolo 36: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa (…)».
Proporzionata. Sufficiente. Assicurare. Famiglia. Esistenza. Libera. Dignitosa.
E ancora.
Articolo 37: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione».
Avete mai sentito parlare di quei datori di lavoro – e sono tanti – che, al momento dell’assunzione, fanno firmare alle donne una lettera di dimissioni in bianco? E che la compilano non appena la donna rimane incinta?
Lo fanno per consentirle l’adempimento della sua essenziale funzione familiare?
Articolo 38: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria (…)».
Tutte tutele che il nostro Stato ha approntato, negli anni, seppure tra carenze e ineguaglianze. I nostri genitori, con le dovute eccezioni, ne hanno goduto.
Poi siamo arrivati noi, il lavoro precario, la cosiddetta legge Biagi, e i soldi – ci hanno detto – erano finiti.
Con buona pace dell’art. 38.
Articolo 41: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».
Utilità sociale, sicurezza, libertà, dignità umana.
Sarà per questo che agli “esodati” hanno affibbiato questa denominazione da sopravvissuti ad una calamità naturale: non erano previsti.
E poi c’è l’Articolo 3, il più importante, quello citato da Calamandrei, quello secondo il quale la Repubblica «deve rimuovere gli ostacoli che, limitando la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Le parole non ammettono equivoci.
Giusto o sbagliato che sia, la nostra Costituzione è stata costruita intorno al diritto al lavoro: si può tranquillamente dire che essa non è che la declinazione, in 139 articoli, di quanto proclamato dall’articolo 1.

 

Ma la Repubblica ha preso altre strade, il lavoro ha smesso di – o forse non ha mai iniziato a – essere un fine, per diventare un mezzo. Dell’arricchimento collettivo e, soprattutto, individuale.
La cosiddetta Legge Biagi ha, per la prima volta, istituzionalizzato questo punto di arrivo: il lavoro flessibile è flessibile proprio per poter essere adattato alle esigenze della produzione, per essere “somministrato” al datore di lavoro che ne ha bisogno, e finchè ne ha bisogno.
La nostra Costituzione aveva previsto un sistema economico che avrebbe dovuto piegarsi – spontaneamente, o per intervento dello Stato – alle esigenze del lavoro.
È avvenuto il contrario.
La logica del mercato, del profitto, ha prevalso.
Mi si dirà: era inevitabile.
Forse.
Ma era contro la nostra Costituzione.
Quindi, ogni volta che recriminiamo il diritto al lavoro, ad una retribuzione dignitosa, all’indipendenza economica, non appelliamoci ad un astratto senso di giustizia.
Non facciamolo come se chiedessimo un favore, una concessione.
Quei diritti ce li abbiamo.
Ce li hanno dati i nostri Padri costituenti.
Se non facciamo di tutto perché i nostri diritti costituzionali ci vengano riconosciuti, tradiamo quei Padri, ma tradiamo soprattutto noi stessi.

 

Così Calamandrei chiudeva il suo discorso agli studenti milanesi:
Vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.
La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove.
Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.
Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.
«La politica è una brutta cosa», «che me ne importa della politica»: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante.
Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma … siamo in pericolo?», e questo dice: «Se continua questo mare, il bastimento tra mezz’ora affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda!». Quello dice: «Che me ne importa, non è mica mio!».
Questo è l’indifferentismo alla politica”.
Conviene uscire dalla stiva in fretta.
E dare una mano.

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