Ambulanze a cottimo


Racconto di Enrico Miniati
37 anni
Trieste

 

miniatiNella provincia di Trieste, la gran parte dei trasporti con ambulanza che non hanno carattere di urgenza sono svolti da soggetti privati. L’Azienda per i Servizi Sanitari n°1 Triestina stipula convenzioni o affida tramite gare d’appalto lo svolgimento di questi servizi, definiti in gergo tecnico trasporti secondari, a enti di volontariato o a vere e proprie imprese. Le ambulanze private devono soddisfare richieste che riguardano soprattutto i trasferimenti tra le varie strutture ospedaliere del territorio, trasporti da ospedale al domicilio dell’utente o alla casa di riposo a seguito di una dimissione dopo un ricovero, oppure spostamenti dal domicilio dell’utente a strutture ospedaliere o a case di cura convenzionate per effettuare accertamenti diagnostici, visite e terapie in regime ambulatoriale o per ricoveri programmati. Le ambulanze che svolgono questi servizi dipendono dalla centrale operativa del 118, la quale, in caso di necessità, può impiegare questi mezzi anche per effettuare interventi di soccorso. Circa una decina di anni fa, una “illuminata” funzionaria dell’Azienda per i Servizi Sanitari, sull’onda di un frenetico tentativo di contenimento delle spese aziendali, pensò bene di pubblicare una gara d’appalto relativa ai trasporti secondari nella quale la formula di pagamento non era calcolata a “tempo” – ossia corrispondendo una somma di denaro fissa per fornire in una determinata fascia oraria un’ambulanza con relativo equipaggio – bensì a “trasporto”: vale a dire che, la ditta vincitrice sarebbe stata retribuita secondo il numero dei viaggi effettuati. In altri termini, più malati venivano trasportati dalle ambulanze, più elevato sarebbe stato l’introito per l’impresa aggiudicataria. Inoltre, per dare un ulteriore segnale di coerenza alla politica del risparmio, la tariffa massima a trasporto inserita nel capitolato venne fissata a una cifra decisamente bassa e nelle specifiche dell’appalto non fu nemmeno indicato il numero della ambulanze necessarie a svolgere il servizio ma soltanto la media dei trasporti richiesti in determinati momenti della giornata. Nelle settimane seguenti alla pubblicazione del bando di gara, oltre ai discorsi che iniziarono a serpeggiare tra gli operatori d’ambulanza triestini, i quali loro malgrado erano sempre più convinti che per mantenere un posto di lavoro avrebbero dovuto confidare in una vita “lunga e malaticcia” degli utenti, apparve evidente che il funzionario aveva trascurato alcuni “insignificanti” particolari. Da un lato, il servizio d’ambulanza, anche quello relativo ai trasporti secondari, ha dei fisiologici momenti di sosta, nei quali i mezzi sono fermi in attesa della chiamata; dall’altro, i trasporti vengono coordinati dalla centrale operativa del 118 e quindi è la stessa ASS a decidere di fatto quanti e quali viaggi affidare ai vari enti convenzionati. Il criterio di aggiudicazione al massimo ribasso fece inoltre, com’era prevedibile, perdere l’appalto alla cooperativa sociale di Trieste, che svolgeva da anni questo servizio, a fronte di un’Associazione temporanea di impresa (ATI) formata da tre ditte, una di Reggio Calabria e due marchigiane, che avevano offerto la tariffa più bassa per ogni singolo trasporto. Riassorbita la gran parte del personale che già operava in questo settore e dopo un toccante discorso tenuto dai referenti delle nuove imprese, che ruotava sostanzialmente attorno a delle modalità di lavoro che privilegiavano esclusivamente la celerità nei trasporti a scapito della sicurezza e del comfort sia dei malati che dei dipendenti, i lavoratori iniziarono in breve tempo a rendersi conto non solo che le loro buste paga erano decurtate ogni mese secondo una logica nota solo ai titolari delle ditte vincitrici, ma anche che gli stipendi non avevano una data certa di erogazione e che i mezzi e le attrezzature sanitarie non corrispondevano affatto a quelle indicate nel capitolato di gara presentato. Inoltre, queste imprese, nei primi mesi di attività a Trieste, non avevano fornito al personale le divise da lavoro, ragion per cui in alcune occasioni era possibile vedere in ambulanza anche operatori sanitari che indossavano, ad esempio, giubbotti di pelle – perfino uno accessoriato con controcanto Moroniborghie argentate – o cappotti colorati di varia fattura. Ebbe così inizio un fruttuoso sodalizio tra i dipendenti delle tre ditte e le sigle sindacali della CGIL e dell’UGL, che portò a lunghi e interminabili incontri con i titolari delle imprese e a rassicuranti riunioni in compagnia dei dirigenti dell’ASS, i quali si dichiararono, sentiti i racconti dei lavoratori, ignari e addirittura meravigliati della situazione: segno che i trasporti secondari nella provincia di Trieste avrebbero potuto essere soddisfatti anche da un carro trainato da buoi con impressa l’effige dell’impero austro-ungarico, tanto nessuno di loro se ne sarebbe reso conto. L’attività sindacale, unita ad azioni di “disturbo” messe in atto dai lavoratori, ebbe comunque come conseguenza immediata lo scioglimento dell’ATI e l’assorbimento di tutto personale nella ditta capofila, che appariva, sia dal punto di vista organizzativo che da quello dei rapporti di lavoro, se non proprio la più seria, almeno la meno peggio delle tre. (In questa operazione i dipendenti delle altre due ditte persero comunque tutti gli scatti di anzianità maturati e furono costretti ad attivare varie cause legali per ricevere una parte delle spettanze mai corrisposte). Correttezza e rispetto delle regole sono però comportamenti arbitrari, soprattutto quando l’ente pubblico che deve fare i controlli per arginare le derive illegali risulta essere completamente assente. Passarono così, in uno stato di torpore, diversi anni, tra segnalazioni di irregolarità all’ASS, riunioni sindacali e buste paga non corrette e in costante ritardo, quando finalmente, in preda ad un improvviso impeto di rinnovamento, la stessa funzionaria illuminata, probabilmente coadiuvata questa volta da altri suoi simili, anch’essi caratterizzati da atteggiamenti supponenti, paghe tutt’altro che popolari e uffici spaziosi e soleggiati, decise che alla scadenza della gara in corso avrebbe affidato direttamente in convenzione ad un’altra impresa una parte del servizio svolto fino a quel momento dalla ditta marchigiana. Le modalità di remunerazione e il tariffario applicato alla nuova impresa sarebbero stati ovviamente gli stessi, con un pagamento legato quindi al numero dei pazienti trasportati. Per circa la metà dei lavoratori ci fu così un nuovo trasferimento, che durò però solo quattro mesi, in quando alla scadenza della convenzione la “vecchia ditta”, quella delle Marche, vinse la nuova gara d’appalto bandita per i servizi appena persi, presentandosi tra l’altro come unica concorrente. Per i lavoratori che appena quattro mesi prima avevano cambiato impresa ci fu quindi un ritorno alle origini, che corrispose, per quelli che operavano nel settore fin dal tempo in cui era attiva la cooperativa triestina, al quinto contratto di lavoro firmato con soggetti diversi in poco più di quattro anni. Al peggio non c’è però mai fine. La crescente crisi economica, unita a un intervento mirato della Guardia di Finanza, che accertò un mancato pagamento dell’IVA da parte della ditta marchigiana, portò al congelamento, qualche mese dopo l’aggiudicazione della nuova gara, dei conti correnti dell’impresa. La conseguenza immediata non fu solo quella di aggravare il già irregolare flusso delle spettanze dovute ai dipendenti, ma anche il mancato pagamento, tra le altre cose, delle fatture relative ai fornitori, che provvedevano alla manutenzione dei mezzi, al ripristino del materiale sanitario e alle dotazioni di ossigeno terapia. La situazione assunse in breve tempo toni catastrofici, con ambulanze che in pieno inverno continuavano a svolgere il regolare servizio seppur soggette a guasti evidenti o a riparazioni di fortuna, eseguite nelle pause dal lavoro dagli stessi operatori sanitari. Questi, oltre doversi improvvisare meccanici, iniziarono ad accumulare ritardi nei pagamenti che sfiorarono, nel momento peggiore, i quattro mesi. Nello stesso periodo, in seguito a guasti del sistema di riscaldamento di alcune ambulanze, diversi pazienti furono trasportati con una temperatura che all’interno del vano sanitario andava dai 5 ai 10 gradi centigradi, mentre il mancato pagamento delle bollette del telefono e della corrente elettrica aveva completamente isolato la sede triestina dell’impresa, costringendo il personale amministrativo a svolgere le proprie mansioni aggirandosi per gli uffici con l’indispensabile aiuto della luce dei telefoni cellulari. Il continuo e inarrestabile peggioramento dello stato di cose, portato all’attenzione pubblica dagli articoli apparsi sul principale quotidiano locale, che a un certo punto iniziò a seguire con particolare attenzione la situazione in cui versava l’impresa che gestiva i trasporti secondari nel territorio triestino, produsse una serie di incontri istituzionali che non portarono a nessun risultato. Le rappresentanze sindacali e quelle dei lavoratori furono convocate tre volte in prefettura, due in comune, una in regione e un numero imprecisato di volte nella sede direttiva dell’ASS. Questa, oltre ad anticipare un paio di mensilità e a fornire alle ambulanze parte del materiale sanitario mancante, si dimostrò priva di qualsiasi iniziativa, dando la sensazione che i soldi spesi dalla collettività per pagare gli stipendi ai suoi dirigenti, le cui doti di comando e il cui senso di responsabilità emersero con forza in questa situazione, erano una garanzia per una sanità pubblica di qualità. A dare il colpo di grazia e a porre finalmente termine a questa paradossale vicenda ci pensarono però le ambulanze, le quali, a lungo private dei periodici tagliandi e delle indispensabili riparazioni, iniziarono a fermarsi irreparabilmente una dopo l’altra. In tutta fretta l’ASS fu quindi costretta, per garantire i trasporti secondari, a contattare un’altra impresa, la quale pose però come condizione per operare a Trieste che il pagamento fosse effettuato, da un lato, “ad una cifra ragionevole”, e dall’altro “ad ora” e non “a cottimo”. La gran parte dei lavoratori vennero riassorbiti nella nuova ditta – per alcuni si trattava del sesto contratto in cinque anni – e furono avviate, per il pagamento degli stipendi arretrati, decine di cause giudiziarie contro l’impresa marchigiana che intanto era stata messa in liquidazione. Ora, mentre si aspetta una nuova gara d’appalto, la quale – è già stato deciso – verrà fatta nuovamente a “cottimo”, la funzionaria artefice di tutto questo disastro continua, da dietro la sua scrivania nel grande ufficio soleggiato, a svolgere con fierezza le sue mansioni per la collettività; e l’ASS, citata in causa da alcuni lavoratori poiché la ditta marchigiana non ha liquidità per pagare le spettanze arretrate, nega di farsi carico delle corresponsioni maturate dagli operatori sanitari che svolgono, da anni e ininterrottamente, il servizio per suo conto.

[La vignetta inedita è di Stefano Moroni, illustratore professionista]

Share Button

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>